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lunedì 1 agosto 2022

Armi di distrazione di massa

Vi sono armi ben più pericolose delle bombe che noi tutti conosciamo e si chiamano “armi di distrazione di massa”; questi strumenti bellicosi sono molto raffinati e ben più intelligenti degli ordigni esplosivi definiti “di precisione”.

Sono vere e proprie esplosioni che rendono inefficiente (ed in alcuni casi totalmente annichilito) il pensiero umano; indebolisce, cioè, il procedimento logico che impedisce l’irretimento delle menti e previene l’istupidimento umano.

Così, mentre i mass media ci propinano sciocchezze degne del famoso film “Idiocracy” che bloccano il nostro flusso razionale nel valutare se sia più o meno giusto che le ragazze indossino calzoncini eccessivamente corti o che un imbecille dichiari che la pizza sia cibo gourmet, eventi allucinanti minano il nostro futuro, rendendoci sempre più poveri (non solo economicamente) e schiavi di un sistema che, degno della più cupa novella Orwelliana, riduce tutti noi ad una informe massa pseudo-pensante.

Il fenomeno “social media” ha contribuito in questo tanto che il padre fondatore di una nota piattaforma ha dichiarato una perdita trimestrale notevole (milioni di dollari) perché ciò che viene proposto è “annoiante”. La soluzione proposta dall’imprenditore è quella di avvicinarsi ad altre proposte “social” che utilizzano esclusivamente video e non la condivisione di scritti od altro.

Certo, i video sono meno impegnativi: possiamo vedere una bella ragazza che sculetta semi-nuda ballando sulle note di un imprecisato rapper oppure una serie di gattini che eseguono compiti strabilianti degni del migliore acrobata, senza utilizzare la materia grigia per comprendere delle parole scritte o per cercare di tradurre cosa viene proposto. Così si assiste ad individui che, degni di un film di Mel Brooks, piantano il loro viso davanti allo schermo dello smartphone con un sorriso ebete ed espressioni del tutto idiote che rendono evidente la débâcle di questo secolo.

Così, mentre la guerra in Ucraina ha sfornato esperti di politica internazionale ed il CoViD-19 aitanti virologi ed immunologi, presto avremo improvvisati chirurghi che criticheranno l’intervento ortopedico in base alla visione di video su youtube.

So che tutto questo può apparire altamente distopico, ma esistono già esempi notevoli: vi sono individui che si rivolgono ad un terapista della riabilitazione (o chi per esso) autodefinendosi esperti della riabilitazione stessa poiché hanno già subito un intervento chirurgico similare e, pertanto, avendo già eseguito rieducazione (ed essendosi “informati” su internet), sono “pratici” e preparati. Abbiamo quindi sedicenti cardiochirurghi perché hanno sopportato un intervento al cuore e nefrologi perché operati ad un rene ?

Il tempo di lettura (e quindi di attenzione) di un articolo su internet mediamente risulta di 30 secondi ed in questo misero tempo la nostra mente si autoconvince che ha perfettamente compreso ciò che viene letto, senza considerare né le fonti, né la preparazione personale rispetto l’argomento che risulta spesso insufficiente se non inesistente.

In questo panorama operano molti organi di informazione, tesi a dare in pasto “notiziole” irrilevanti e spesso dal contenuto deprimente.  Certo, di fronte ad una massa di porci si devono dar ghiande se si vuole “guadagnare”, ma questo modo di operare è un boomerang a tutti gli effetti poiché l’appiattire sempre comporta il banalizzare qualsiasi tensione verso l’alto ed impedisce il corretto e civile sviluppo di una società.

Se questo, da una parte, fa comodo ad una classe di politicanti ignorante e becera (forse espressione del momento storico) che si permette di proclamare imbecillità e comportarsi come dei cretini, ignorando sia la storia che il progresso del paese, dall’altra ci rende tutti vittime di ciò che Pasolini definiva “l’edonismo del potere consumistico” dove i meriti ed i talenti valgono meno di una lattina di RedBull poiché nulla esiste al di fuori di tale potere e tutti siamo dentro il “capitale” in ogni sua accezione.

Nel 1974 sempre Paolini scriveva: “Ognuno in Italia sente l’ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell’essere felice, nell’essere libero: perché questo è l’ordine che egli ha inconsciamente ricevuto, e a cui “deve” obbedire, a patto di sentirsi diverso. Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza” ed è una frase straordinariamente e paurosamente attuale. Di fatto il potere non può varcare il limite dove l’esistenza è già di per sé determinata e non governabile dato che il potere stesso non può prendersi tutto. Il “potere” (se così possiamo definirlo) deve partire da un terreno comune, di tutti, e non una terra di nessuno.

Certo, non possiamo impiegare la vita a “resistere” come lo stesso Pasolini lascia intuire, ma di certo non possiamo cedere ad una via imbelle così deleteria ed è dovere fermarsi per riflettere e ripristinare il valore umano, perso nei meandri dei “video social” e degli urlatori seriali che, non possedendo alcun profilo culturale, impongono una finta e povera politica nel tentativo di mantenere previlegi e non servire ad un popolo che dovrebbero rappresentare.

 


 

 

mercoledì 6 luglio 2022

I 50 anni ed i "bambini-adulti"

 

Si dice che superata un’età anagrafica quale quella dei 50 anni si diviene meno “tolleranti” e, benché sia quasi un banale aforisma simile a quelli che troviamo su qualsiasi sito web dedicato, la frase contiene una profonda verità.

Non so dire se veramente la “tolleranza” verso l’idiozia o le stupidaggini subisca un profondo e netto calo, ma posso affermare che, superata quella soglia, subentra una sorta di “limitatore” interiore che scatta ogni qualvolta ci si imbatte in qualcosa che rappresenta solo una perdita di tempo.

Credo che, invece di divenire “intolleranti”, si divenga più consapevoli del valore del nostro tempo.

In questa società sempre di corsa ed alienante, non è raro incontrare quelli che definisco i “bambini mai cresciuti” che non rappresentano coloro che hanno pulsioni “nerd” e che si divertono e distraggono, spesso trovando spunti interessanti, nella letteratura fantasy oppure in rinomate (e spesso ben fatte) serie televisive, bensì in quelle persone che, pur ostinandosi nel mantenere una maschera di presunta maturità, soffrono di un’attenzione mai ottenuta o di una frustrazione di fondo nel non esser mai stati considerati a sufficienza.

Costoro, anche se apparentemente vivono con principi che reputano “moralmente elevati”, sono dilaniati da una carente autostima e cercano, giorno dopo giorno sia l’approvazione che l’elogio altrui. Anche se cercano di apparire altruisti, nel loro cuore soffrono dell’egoismo infantile che prevede, prima di tutto, la loro soddisfazione, che sia data da un banale riconoscimento o da compito insignificante che chiedono insistentemente, salvo manifestare “stizza” se questo non viene eseguito come loro stessi desiderano.

Spesso, questi “bambini-adulti” non riescono a concentrarsi a sufficienza per risolvere un problema (che altrettanto spesso delegano) o per approfondire qualcosa di impegnativo (culturalmente o meno) perché, a loro detta, cercano “leggerezza” ad una vita, a loro dire, già pesante e complicata. Quella “leggerezza”, però, è sostenuta da banalità e stupidità diffusa che tende ad annacquare il pensiero con una soluzione che lentamente scioglie i neuroni in una sorta di miscela senza colore né sapore.

Queste persone si rifugiano nella mania del “controllo” e di un’apparente erudizione (a volte molto apparente e solo fastidiosa) che sfocia, inevitabilmente, in dissidi con chiunque (spesso partner e genitori) che non condividono l’esser né controllati, né usati a mo’ di burattini per riempire le carenze altrui. I “bambini-adulti” sono anche iper-moralisti (un po' come lo sono i bambini nella loro ingenuità) e vedono un mondo che, di fatto, non esiste se non nelle loro menti e si arrabbiano quando scozzano violentemente con una realtà, a loro dire, cattiva ed ingiusta, soprattutto nei loro confronti mentre non si rendono conto che le loro esternazioni sono provocanti e spesso mal disponenti; è in tal modo che vedono tutti coloro che li circondano come persone che, a dispetto dell’educazione e della civiltà, arrogantemente si contrappongono quasi con violenza ai desideri del “bambino-adulto” che diviene sempre più convinto del suo esser vittima di una società iniqua.

Sono individui alla perenne ricerca del “centro perduto”, di quella dimensione infantile a loro, per certi versi, negata e benché messi di fronte all’evidenza del proprio essere, rifiutano e respingono la loro condizione attaccando a loro volta l’interlocutore nei suoi punti deboli; infatti, i “bambini-adulti” sono abili ne leggere le “pecche degli altri” e sono sempre pronti a rinfacciarle ogni qualvolta si alimenti il dissidio verso i loro comportamenti spesso fastidiosi (ovviamente negando le proprie magagne).

A questo punto dello scritto viene naturale chiedersi perché ho iniziato con l’intolleranza dell’ultracinquantenne e poi quasi bruscamente proseguito con la figura sociale del “bambino-adulto”.

L’ho fatto semplicemente perché è un’accoppiata che si realizza molto spesso nella nostra società e che crea, alla lunga distanza, dei malesseri di difficile soluzione se non la separazione dei due elementi.

Il cinquantenne (o meglio: l’ultracinquantenne) che ogni mattina si alza e si guarda allo specchio, cerca di capire dov’è arrivato e quanto ancora deve percorrere nel sentiero della vita che non sempre si rivela facile. Sa benissimo che il tempo è tiranno e che non restano molti secondi alle lancette del proprio orologio per “tentare” un’impresa, ma deve necessariamente avere il “diritto di trascurare” per mollare ciò che non si può più realizzare o che richiede un tempo eccessivamente lungo per realizzarsi e sceglie… sceglie la via migliore per tentare la felicità, per realizzarsi o confermare ciò che ha realizzato e non può permettersi più il lusso di perder il proprio tempo dietro sciocchezze o capricci inutili.

Il problema, oggi, è che vi sono sempre più “bambini-adulti” e sempre meno cinquantenni consapevoli ed è un triste fatto che avviene ovunque: in politica, nelle professioni, al bar od a fare shopping…

Il disastro è pertanto quasi annunciato perché, mentre il “bambino-adulto” reclamerà, in modo anacronistico, il proprio posto nel mondo che deve necessariamente essere al centro di tutto ciò che lo circonda, il cinquantenne consapevole non avrà né tempo, né voglia di correre dietro ai capricci e tenderà ad isolarsi perché non riuscirà più a tollerare una figura del genere.

Si creerà, quindi, distanza… una distanza che pian piano diventerà incolmabile e che non vi saranno teorie psicologiche (spesso male intese ed interpretate) od azioni riparatrici che possano riavvicinare chi fugge dal banale e dalla stupidità.

 

 


 

 

martedì 31 maggio 2022

"... che poi finisci per crederci" - Breve rapsodia

 

“… che poi finisci per crederci….”

Questo finale, un po' amaro ed in tono amichevole per avvisarti che tutto quello che stai facendo è una colossale stupidaggine o che, per quanto ti sforzi, vale molto poco, veniva detto ai ragazzi quando costruivano un impero di idee adolescenziali e poi, alla fine, cedevano alla barbarie della realtà.

È decisamente una frase infelice, una di quelle che riescono a distruggere ogni sogno e rendono vana ogni fatica. Quel “credere”, invece di luminoso imperativo, diventa insolente presenza e monito che ricorda il “sano cedere” al vile denaro, alla gretta materia, all’accontentarsi delle briciole altrui.

Nessun gabbiano Jonathan Livingstone deve volare in noi perché finiremmo con il credere di non appartenere allo stormo che si nutre degli avanzi del peschereggio, ma di essere strumenti perfetti per il volo acrobatico ed oltre…

A volte, però, si crede nonostante tutto e tutti, si continua a volare veloci, in alto, in picchiata nonostante gli altri pennuti si abbuffino con i resti del pescato.

Quel “crederci” da arroganza diviene coraggio, da paura diventa curiosità, ma gli altri non lo leggono in quella forma, vuoi perché non comprendono o vuoi perché, semplicemente, non ne hanno il coraggio e bollano immediatamente il “diverso” come qualcosa di anomalo e pericoloso, di rivoluzionario maledetto, sovvertitore di ordini costituiti.

La felicità è la ricerca di qualcosa racchiuso in un guscio di noce che vogliamo rompere con un piccone quando, in realtà, basta un piccolo coltello tascabile; quel picconare porta all’invidia, alla gelosia, all’incapacità di provare empatia e di esser contenti per chi ha scelto di volare invece di arraffare del pesce marcio.

Ci si nasconde dietro il famoso “accontentarsi” citando, magari, Tiziano Terzani e facendolo a sproposito solo per giustificare le amare tensioni interiori. Accontentarsi non significa cancellare da noi stessi le intime aspirazioni, la curiosità di essere ed esistere per vivere esistenze prefabbricate e dettate dalle frustrazioni altrui (siano esse derivanti dai genitori, dal partner o da altri), ma di scoprire il senso del nostro viaggio ed essere almeno consapevoli della nostra finitezza.

Sulla base di questo, poi, iniziare a costruire la nostra Realtà, prima dentro e poi fuori.

Ci accontentiamo dello stato in cui siamo e non pretendiamo la vita altrui, ma solo la nostra.

Spesso citiamo filosofi ed aforismi che mal si incastrano con ciò che vogliamo esprimere solo per apparire, dimenticandoci che la nostra stella più luminosa è essere. E “non si è” per caso o perché le circostanze lo hanno permesso; “si è” perché abbiamo fortemente creduto e lavorato per essere.

L’esistenza implica la conoscenza di sé ed è un passo inevitabile perché l’oblio non ingoi noi stessi, perché non ci si dimentichi della nostra anima prima e del nostro spirito poi.

Ma non si può conoscere noi stessi se prima “… non finiamo per crederci…”.

 

Credere in se stessi: come per avere successo nella vita con la psicologia  della volontà