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mercoledì 6 luglio 2022

I 50 anni ed i "bambini-adulti"

 

Si dice che superata un’età anagrafica quale quella dei 50 anni si diviene meno “tolleranti” e, benché sia quasi un banale aforisma simile a quelli che troviamo su qualsiasi sito web dedicato, la frase contiene una profonda verità.

Non so dire se veramente la “tolleranza” verso l’idiozia o le stupidaggini subisca un profondo e netto calo, ma posso affermare che, superata quella soglia, subentra una sorta di “limitatore” interiore che scatta ogni qualvolta ci si imbatte in qualcosa che rappresenta solo una perdita di tempo.

Credo che, invece di divenire “intolleranti”, si divenga più consapevoli del valore del nostro tempo.

In questa società sempre di corsa ed alienante, non è raro incontrare quelli che definisco i “bambini mai cresciuti” che non rappresentano coloro che hanno pulsioni “nerd” e che si divertono e distraggono, spesso trovando spunti interessanti, nella letteratura fantasy oppure in rinomate (e spesso ben fatte) serie televisive, bensì in quelle persone che, pur ostinandosi nel mantenere una maschera di presunta maturità, soffrono di un’attenzione mai ottenuta o di una frustrazione di fondo nel non esser mai stati considerati a sufficienza.

Costoro, anche se apparentemente vivono con principi che reputano “moralmente elevati”, sono dilaniati da una carente autostima e cercano, giorno dopo giorno sia l’approvazione che l’elogio altrui. Anche se cercano di apparire altruisti, nel loro cuore soffrono dell’egoismo infantile che prevede, prima di tutto, la loro soddisfazione, che sia data da un banale riconoscimento o da compito insignificante che chiedono insistentemente, salvo manifestare “stizza” se questo non viene eseguito come loro stessi desiderano.

Spesso, questi “bambini-adulti” non riescono a concentrarsi a sufficienza per risolvere un problema (che altrettanto spesso delegano) o per approfondire qualcosa di impegnativo (culturalmente o meno) perché, a loro detta, cercano “leggerezza” ad una vita, a loro dire, già pesante e complicata. Quella “leggerezza”, però, è sostenuta da banalità e stupidità diffusa che tende ad annacquare il pensiero con una soluzione che lentamente scioglie i neuroni in una sorta di miscela senza colore né sapore.

Queste persone si rifugiano nella mania del “controllo” e di un’apparente erudizione (a volte molto apparente e solo fastidiosa) che sfocia, inevitabilmente, in dissidi con chiunque (spesso partner e genitori) che non condividono l’esser né controllati, né usati a mo’ di burattini per riempire le carenze altrui. I “bambini-adulti” sono anche iper-moralisti (un po' come lo sono i bambini nella loro ingenuità) e vedono un mondo che, di fatto, non esiste se non nelle loro menti e si arrabbiano quando scozzano violentemente con una realtà, a loro dire, cattiva ed ingiusta, soprattutto nei loro confronti mentre non si rendono conto che le loro esternazioni sono provocanti e spesso mal disponenti; è in tal modo che vedono tutti coloro che li circondano come persone che, a dispetto dell’educazione e della civiltà, arrogantemente si contrappongono quasi con violenza ai desideri del “bambino-adulto” che diviene sempre più convinto del suo esser vittima di una società iniqua.

Sono individui alla perenne ricerca del “centro perduto”, di quella dimensione infantile a loro, per certi versi, negata e benché messi di fronte all’evidenza del proprio essere, rifiutano e respingono la loro condizione attaccando a loro volta l’interlocutore nei suoi punti deboli; infatti, i “bambini-adulti” sono abili ne leggere le “pecche degli altri” e sono sempre pronti a rinfacciarle ogni qualvolta si alimenti il dissidio verso i loro comportamenti spesso fastidiosi (ovviamente negando le proprie magagne).

A questo punto dello scritto viene naturale chiedersi perché ho iniziato con l’intolleranza dell’ultracinquantenne e poi quasi bruscamente proseguito con la figura sociale del “bambino-adulto”.

L’ho fatto semplicemente perché è un’accoppiata che si realizza molto spesso nella nostra società e che crea, alla lunga distanza, dei malesseri di difficile soluzione se non la separazione dei due elementi.

Il cinquantenne (o meglio: l’ultracinquantenne) che ogni mattina si alza e si guarda allo specchio, cerca di capire dov’è arrivato e quanto ancora deve percorrere nel sentiero della vita che non sempre si rivela facile. Sa benissimo che il tempo è tiranno e che non restano molti secondi alle lancette del proprio orologio per “tentare” un’impresa, ma deve necessariamente avere il “diritto di trascurare” per mollare ciò che non si può più realizzare o che richiede un tempo eccessivamente lungo per realizzarsi e sceglie… sceglie la via migliore per tentare la felicità, per realizzarsi o confermare ciò che ha realizzato e non può permettersi più il lusso di perder il proprio tempo dietro sciocchezze o capricci inutili.

Il problema, oggi, è che vi sono sempre più “bambini-adulti” e sempre meno cinquantenni consapevoli ed è un triste fatto che avviene ovunque: in politica, nelle professioni, al bar od a fare shopping…

Il disastro è pertanto quasi annunciato perché, mentre il “bambino-adulto” reclamerà, in modo anacronistico, il proprio posto nel mondo che deve necessariamente essere al centro di tutto ciò che lo circonda, il cinquantenne consapevole non avrà né tempo, né voglia di correre dietro ai capricci e tenderà ad isolarsi perché non riuscirà più a tollerare una figura del genere.

Si creerà, quindi, distanza… una distanza che pian piano diventerà incolmabile e che non vi saranno teorie psicologiche (spesso male intese ed interpretate) od azioni riparatrici che possano riavvicinare chi fugge dal banale e dalla stupidità.

 

 


 

 

martedì 31 maggio 2022

"... che poi finisci per crederci" - Breve rapsodia

 

“… che poi finisci per crederci….”

Questo finale, un po' amaro ed in tono amichevole per avvisarti che tutto quello che stai facendo è una colossale stupidaggine o che, per quanto ti sforzi, vale molto poco, veniva detto ai ragazzi quando costruivano un impero di idee adolescenziali e poi, alla fine, cedevano alla barbarie della realtà.

È decisamente una frase infelice, una di quelle che riescono a distruggere ogni sogno e rendono vana ogni fatica. Quel “credere”, invece di luminoso imperativo, diventa insolente presenza e monito che ricorda il “sano cedere” al vile denaro, alla gretta materia, all’accontentarsi delle briciole altrui.

Nessun gabbiano Jonathan Livingstone deve volare in noi perché finiremmo con il credere di non appartenere allo stormo che si nutre degli avanzi del peschereggio, ma di essere strumenti perfetti per il volo acrobatico ed oltre…

A volte, però, si crede nonostante tutto e tutti, si continua a volare veloci, in alto, in picchiata nonostante gli altri pennuti si abbuffino con i resti del pescato.

Quel “crederci” da arroganza diviene coraggio, da paura diventa curiosità, ma gli altri non lo leggono in quella forma, vuoi perché non comprendono o vuoi perché, semplicemente, non ne hanno il coraggio e bollano immediatamente il “diverso” come qualcosa di anomalo e pericoloso, di rivoluzionario maledetto, sovvertitore di ordini costituiti.

La felicità è la ricerca di qualcosa racchiuso in un guscio di noce che vogliamo rompere con un piccone quando, in realtà, basta un piccolo coltello tascabile; quel picconare porta all’invidia, alla gelosia, all’incapacità di provare empatia e di esser contenti per chi ha scelto di volare invece di arraffare del pesce marcio.

Ci si nasconde dietro il famoso “accontentarsi” citando, magari, Tiziano Terzani e facendolo a sproposito solo per giustificare le amare tensioni interiori. Accontentarsi non significa cancellare da noi stessi le intime aspirazioni, la curiosità di essere ed esistere per vivere esistenze prefabbricate e dettate dalle frustrazioni altrui (siano esse derivanti dai genitori, dal partner o da altri), ma di scoprire il senso del nostro viaggio ed essere almeno consapevoli della nostra finitezza.

Sulla base di questo, poi, iniziare a costruire la nostra Realtà, prima dentro e poi fuori.

Ci accontentiamo dello stato in cui siamo e non pretendiamo la vita altrui, ma solo la nostra.

Spesso citiamo filosofi ed aforismi che mal si incastrano con ciò che vogliamo esprimere solo per apparire, dimenticandoci che la nostra stella più luminosa è essere. E “non si è” per caso o perché le circostanze lo hanno permesso; “si è” perché abbiamo fortemente creduto e lavorato per essere.

L’esistenza implica la conoscenza di sé ed è un passo inevitabile perché l’oblio non ingoi noi stessi, perché non ci si dimentichi della nostra anima prima e del nostro spirito poi.

Ma non si può conoscere noi stessi se prima “… non finiamo per crederci…”.

 

Credere in se stessi: come per avere successo nella vita con la psicologia  della volontà

martedì 11 gennaio 2022

In difesa di Caino

 

"Caino, finiti i suoi giorni, aveva una preoccupazione che lo torturava, temeva a quel punto di incontrare nuovamente Abele e di subirne la vendetta. Così, si presentò al Creatore a testa bassa, sperando di non farsi riconoscere da suo fratello. Ma quel Dio che aveva sfidato gli spiegò che il giudizio prevedeva il permesso del perdono da parte della vittima. Caino terrorizzato pensò che mai Abele lo avrebbe perdonato e giunto davanti al fratello non ebbe il coraggio di alzare lo sguardo. Abele prese con il palmo della mano il suo mento per incrociarne la vista e gli disse: Caino, fratello mio, puoi nasconderti dagli estranei ma non sei riuscito a celarti alla tua coscienza e quella ti ha già giudicato. Chi sono io, più del tuo tribunale, per negarti il mio perdono? Caino irruppe in un pianto fatto di singhiozzi muti, e quelle lacrime, raccolte in un innaffiatoio d'avorio, furono conservate per mostrarle al risentimento delle vittime che non avevano più lacrime per piangere. Abele lo abbracciò e Caino, per la prima volta dopo l'assassinio, riprese ad alzare la testa" (da A. Fiumefreddo “In difesa di Caino dalla parte di Abele. Storie di violenza, di sangue, di corruzione e di sfruttamento di uomini verso altri uomini”, ed. Gruppo Albatros Il Filo).

Tutti contro Caino. Spesso e volentieri.

Perché ? Perché è più semplice e riduce il margine di errore del nostro giudizio: se è Caino, per forza è un assassino e, senz’ombra di dubbio, un rifiuto della società.

Così, ergendosi da un improbabile pulpito, l’uomo medio addita con certezza (e con chilogrammi di fierezza) l’immondo essere che diventa l’oggetto dell’implacabile giudizio. Caino è un salvatore perché, grazie a lui, l’uomo medio riesce a mascherare il proprio lato oscuro dato che “qualcuno l’ha combinata grossa” e si può dire “io non sono così” od anche “io non lo farei mai” ed in tal modo scaricare su Caino i propri punti oscuri, le proprie maledizioni personali, i nei dell’umano convivere.

Caino, in verità, attribuisce all’uomo medio un velo di finta perfezione che diventa indispensabile per ergersi dalla mediocrità ed apparire colui che, nonostante sia un essere approssimativo, è capace di raziocinio e dotato di alta morale. Peccato che la morale è un concetto dinamico, che muta coi tempi, e che ciò che oggi è immorale, domani può esser morale ed apparire perfettamente coerente con gli usi ed i costumi del momento.

Così, poiché non si comprende questa evoluzione, l’uomo medio giudica ed abbina il giudizio ad aspetti religiosi senza pensare a quello che sta esprimendo e, soprattutto, a ciò che Caino in verità rappresenta.  Meglio scorgere il buio degli altri che accendere una candela nel nostro, per cui Caino è una sorta di magnete che attira le nostre oscurità perché, per quanto ci si creda puri, siamo uomini ed in quanto tali possediamo una parte in ombra, cruda, istintuale… animale. Ma questo non è un male (salvo per certe dottrine assolutiste) poiché ci mantiene in contatto con una sfera che si potrebbe definire “carnale” che ci garantisce l’umanità del nostro essere.

Certo, difficilmente il mediocre percepisce una cosa del genere, anzi: meglio far bruciare che bruciarsi, per cui che si uccida Caino ! Che sia fatto scempio delle carni e che venga esposto nella pubblica piazza affinché tutti gli uomini “di buona volontà” possano recitare un “pater nostrum” chinando il capo di fronte alla siffatta giustizia !

Attenzione però ! Spesso Caino attira simpatie perché, alla fine, riflette il nostro dilemma interiore, la nostra voglia di essere e trasgredire ed anche perché Caino è tale in virtù della sua sofferenza.

Quando Joker, nell’ultima pellicola con Joaquin Phoenix, scatena la sua rabbia tra la sua risata patologica e la sconfitta ormai assaggiata per tutta la sua misera vita, lo spettatore diventa complice e, alla fine e nonostante i morti e la tragedia, arriva a comprendere la nascita dell’antieroe, del moderno Caino. Credo che Joker, quando dichiara che “ho sempre pensato alla mia vita come a una tragedia. Adesso vedo che è una commedia” apra un orizzonte che è del tutto sconosciuto all’uomo medio che vive di assoluti: bianco o nero, chiaro o scuro, forte o debole… e non ammette cambiamenti di paradigma che solo Caino conosce perché ha sofferto ed ha attraversato l’inferno (o magari vi è sempre immerso) ed è da invidiare perché, alla fine del suo percorso, in un modo o nell’altro riesce ad autoimporsi, così come Joker dichiara: “per tutta la vita non ho mai saputo se esistevo veramente, ma esisto. E le persone iniziano a notarlo”.

E da fastidio perché l’uomo medio vuole tremendamente esser notato, far parte di un improbabile jet-set. Se non riesce lui, devono per forza farlo i figli: trasmissioni allucinanti come Amici, C’è Posta per Te, Grande Fratello o Temptation Island sono gli esempi della spettacolarizzazione delle esistenze tra tormenti ed invidie, tra frustrazioni ed analfabetismo. Ma questo è tollerato ed anzi è amato ! Si iscrivono i figli a scuole di canto o danza perché entrino nel circuito televisivo-circense, ci si umilia in prima visione cercando un dato auditel che dica quanto siamo popolari od ancora mettiamo nella piazza multimediale la nostra famiglia e le nostre pene perché, in tal modo, un VIP (di solito un emerito coglione) possa arrivare a consolarci e dirci le solite, classiche banalità che, sebbene stupide, fanno colpo.

Se Joker diventa consapevole che esiste e tutti lo notano, perché l’uomo medio non può ? Ed allora è giusto che Caino sia giudicato e massacrato (possibilmente), perché ricorda che la disponibilità di esistere non si compra al supermercato e che, alla fine, il lato oscuro è sempre presente: possiamo solo accettarlo e comprenderlo oppure correre alla finzione ed emettere sentenze moraliste che, lentamente ma inesorabilmente, uccideranno Caino. In ogni caso, Caino è la nostra salvezza…