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martedì 29 giugno 2021

Sempre di più, mai di meno

Sempre di più, mai di meno.

Ogni volta qualcosa di più, sempre una miglioria o un oggetto che si crede possa esser utile per avere una vita serena, compiuta, realizzata, di successo ed apprezzabile, spesso agli occhi degli altri. Il “giudizio sociale” del possedere le cose “giuste”, quelle che possono elevarci e darci un po' di dignità ed esser così inseriti nelle visioni profonde del nostro ego mai soddisfatto e sempre in corsa dietro il feticcio della società dei consumi e delle apparenze.

L’acculturazione (come la definiva il grande Pasolini) per cui è impedito lo slancio creativo, la personalità sincera dove ognuno riesce ad esprimere al meglio i propri talenti, è il vero motore inibitore della libertà. Attenzione: non la cultura, ma l’acculturazione, ossia quell’insieme nozionistico acritico e mal pensato che rende ognuno presunto esperto dell’argomento del momento. Dallo scoprire di avere una società ricca di virologi ed immunologi, alla manifestazione di intolleranza dei più, ormai provetti allenatori di calcio, nei confronti di un cambio di ruolo di un giocatore della nazionale, il passo è breve.

Direi quasi che è un problema atavico, ma fa sorridere quando il barista emette una sentenza scientifica ben precisa (ed ovviamente falsa) sulla inefficienza dei vaccini e non ascolta chi tenta di spiegare come mai ha detto una castroneria (avendo alle spalle anni ed anni di sacrifici di studio sulla materia), alzando la voce e proferendo i classici luoghi comuni idioti ed ignoranti.

Siamo così… si parte da un appartamento di 70 mq e si vuole arrivare all’attico di 300 mq con terrazza e piscina senza rendersi conto di quanto, in verità, manca dentro di noi e non fuori (senza poi nemmeno fare calcoli sulle reali possibilità economiche). Non è da inibire il sogno, ci mancherebbe ! Ma quando questi si basano sui concorrenti di Temptation Island o di Uomini e Donne, la situazione si fa seria e preoccupante. Si assiste ad una distorsione multimediale della realtà oggettiva senza precedenti che conduce verso una falsa affermazione di sé.

Siamo partiti dalla convinzione per cui ogni opinione vale quanto un’altra (palesemente errato) sino a giungere alla persuasione per cui tutti possono fare qualsiasi mestiere ed esprimere qualsiasi pensiero distorto. Il tempo di riflettere e di ricercare le radici di un interesse non è più concesso perché siamo ormai abituati ai classici 30 secondi di attenzione e lettura della pagina web, per cui ogni tempo che supera tale soglia diventa faticoso, soprattutto se scorriamo le informazioni girando la pagina di un libro stampato e non strusciamo il dito su di uno schermo più o meno grande.  

L’intontimento genera barbarie, che sia emotiva o fisica poco importa: sempre rozzezza ed arretratezza resta ed è in tal modo che la stupidità e la cretina generalizzazione divengono vessilli da difendere a tutti i costi.

Un giorno, una persona di valore che stimo molto, ebbe a dirmi che chi ama studiare, applicarsi e ricercare conduce una via solitaria ed è amaramente vero questo. Quando la solitudine, però, è ricercata diviene un piacere ed uno stimolo, quando, però, questa è imposta da una mediocrità imperante diviene fonte di sconforto e di isolamento forzato. Ci siamo dentro, come l’inizio del film fanta-comico “Idiocracy” dove la società vira verso una fine certa e meschina e dove il più mediocre diventa eccelso.

Una volta avevamo classi dirigenti che si contornavano dei più capaci e preparati (nonché qualificati) perché erano perfettamente consapevoli che la crescita del gruppo dava loro lustro ed onore; adesso i medesimi si circondano di idioti acritici, poco preparati e sicuramente nulla qualificati perché temono semplicemente di perdere il posto di successo. E tutti si appiattisce verso il basso, si livella ad uno strato di mediocre esistenza dove l’unica possibilità di emergere è il possedere sempre di più e sempre più in grande, non rendendosi conto che, come Palahniuk scrive nel suo libro “Fight Club”, le cose che si possiedono alla fine ci possiederanno a loro volta.

Siamo talmente capaci di generare l’illusione di noi che siamo disposti a rinunciare alla semplicità per affondare nella complessità autodistruttrice, facendo sì che la montagna partorisca il famoso topolino.

Wayne Dyer, nel suo libro “Le vostre zone erronee”, scrive: “Non è facile pensare in modo nuovo. Sei abituato a certi pensieri ed a quelli, debilitanti, che ne conseguono. Spogliarti del tuo abito mentale richiede molto lavoro. La felicità è facile, ma imparare a non essere infelici può essere arduo […]. La difficoltà consiste nel disimparare tutti quei “dovrei” e “avrei dovuto” digeriti in passato”.

Dyer indica una via affatto semplice, ma non per questo impossibile e non necessaria. Martellati da un duplice condizionamento, sociale e spesso familiare, ci dividiamo tra una mediocrità imposta e sensi di colpa arcaici ed anacronistici che impediscono qualsiasi realizzazione.

Siamo una società forse “ancora vecchia” ed un po' arretrata e difendiamo la posizione con i presunti “valori morali” che, in verità, sono del tutto fuorvianti e pericolosi perché inducono la stagnazione di Sé, una forma di palude che impedisce la piena espressione della mente e delle relative capacità (sia logiche che operative). Ogni giorno, allora, qualcosa di meno e non in più; occorre eliminare le zavorre e concentrarci sull’essenza, abrogare l’apparenza a pro della sostanza. Niente “avrei dovuto”, ma “dovrò fare” perché il debito più grande lo abbiamo nei confronti di noi stessi. 

 


 

 

mercoledì 5 maggio 2021

La cartellina negata

 

Succede che una bimba di 11 anni dimentichi la cartellina per il disegno tecnico ed accade che la mamma, con la giusta attenzione all’educazione della figlia, corra a casa e porti il materiale alla scuola media della bambina affinché le venga consegnato e possa così far lezione.

È un quotidiano che molti di noi conoscono e fa parte della nostra frenesia giornaliera che, per certi versi, questa pandemia ha complicato ulteriormente.

Così, spinta dalla premura di mettere in grado la figlia di seguire la lezione, la mamma porta la fantomatica cartellina al personale ausiliario che dovrebbe consegnarla alla bambina ma… lo stesso personale si rifiuta di farlo perché alcune normative di sicurezza legate all’emergenza anti CoViD-19 impediscono tale azione ed il diniego viene ribadito anche di fronte alla donna che, pur di mettere la figlia in grado di partecipare all'attività scolastica, si propone di “igienizzare” il materiale di fronte al personale scolastico stesso.

Siamo di fronte ad una follia collettiva dettata da un terrore smisurato e da una totale carenza logica. Se una direttiva scolastica del genere esiste in quell’istituto, è palesemente errata !

Al di là delle considerazioni “biologiche” quali il tempo di permanenza del virus su di una superficie del genere (che sfiora il ridicolo) che imporrebbero quindi anche l’igienizzazione delle calzature degli studenti e l’uso di materiale controllato da parte della scuola (perché se vale il principio della “cartellina infetta”, è lecito pensare che un alunno possa tranquillamente portare in classe “quaderni infetti” contaminati pochi istanti prima di entrare mentre caricava il proprio zaino), la stupidità del provvedimento cozza violentemente contro una realtà oggettiva che tutti possiamo tranquillamente verificare sia all’ingresso che all’uscita dalla scuola stessa: assembramenti incontrollati, promiscuità tra gli studenti che si passano penne, quaderni, gomme da masticare, merendine e tanto altro. Insomma, comportamenti che fanno parte del normale essere ed esistere dei ragazzi che cercano disperatamente una normalità ancora lontana da tutti noi.  

Ormai i “danni educativi” sono ingenti e la famigerata DAD ha inflitto scompensi pedagogico-sociali incredibili senza che vi sia stata attenzione nei confronti sia delle famiglie che dei ragazzi sottoposti alle misure emergenziali di un infinito periodo di crisi. A livello educativo i danni sono, a dir poco, generazionali. Questo, poi, se unito all’inesistenza di un adeguato sistema di mezzi di trasporto pubblico che garantisca il viaggio verso la scuola in sicurezza, ben si comprende come la situazione sia ormai degenerata.

Siamo bombardati da “opinionisti” che sfornano statistiche di continuo (spesso senza nemmeno spiegarle troppo bene perché i numeri potrebbero contraddire chi li presenta) e da un’informazione che calca la mano nei confronti della “morte quotidiana” e della situazione drammatica di chi vive la sindrome CoViD-19, generando un pericoloso caos pure sulla campagna di vaccinazione che, data l’inefficienza del sistema sanitario, è stata affidata alla logistica militare. Quello che colpevolmente viene trascurato è il dramma educativo che gli studenti vivono giorno dopo giorno e sono in pochi ad alzare la voce di fronte a questo allarme ed ancor meno sono quelli a cui viene concesso spazio nell’informazione pubblica.

Non nascondiamoci: lo studio (e quindi la cultura), l’educazione civica, lo sviluppo pedagogico e la tenuta psico-sociale di tutti noi non “rende”, non fa auditel e nemmeno titoli da prima pagina e, in ultimo ma non perché meno importante, non porta voti a carico di mediocri politici che puntano ad avere un elettorato dozzinale. Se le misure adottate generano danni aggiuntivi pericolosi, vanno necessariamente modificate, che non significa assolutamente fregarsene di tutto e di tutti, ma modulare con logica e senso di responsabilità le azioni da promuovere affinché si salvi ciò che è davvero importante per tutta la società: l’educazione dei nostri figli.

Quella “cartellina negata” si affianca ai “banchi con le rotelle”, alle connessioni internet inesistenti in svariate famiglie con problemi economici (sempre più numerose) ed alla impossibilità di seguire una didattica a distanza perché privi dei mezzi necessari. La “cartellina negata” è imbecillità allo stato puro che delinea l’inefficienza di un sistema scolastico che colpisce non solo gli studenti, ma anche gli insegnanti che si trovano ad affrontare un’indicibile confusione.

In questo periodo di “io sto con…” schierandosi con cantanti, politici, soubrette, presentatori od opinionisti vari, sarebbe opportuno anche “stare con noi stessi”, usando la propria mente per migliorarci e adoperando un po' di quel sacro “buon senso” dettato dalla logica che aiuta a vivere e non dai “luoghi comuni” che spesso denotano chi è carente di materia grigia.

Ma, forse, questo è uno sforzo eccessivo… 

 

 


 

 

lunedì 19 aprile 2021

Il "primo tra i pari"

 

Confucio scrisse, nei suoi Dialoghi, che: “per una parola un uomo viene spesso giudicato saggio, e per una parola viene spesso giudicato stupido. Dunque, dobbiamo stare molto attenti a quello che diciamo” ed è un saggio avvertimento, forse pure scontato, ma pur sempre valido e quasi sempre disatteso. Se questo vale per i comuni cittadini, ancor di più dovrebbe valere per esponenti pubblici che, soprattutto in questo periodo, hanno una grande responsabilità nei confronti di una nazione intera.

Purtroppo, ascoltando le parole dette da molti di costoro, si comprende sia il grado di preparazione politica che l’ideologia di fondo che muove certi individui che, quasi come bambini alle elementari, commettono “gaffe” indicibili ed esprimono logiche perverse che non hanno riscontro con la realtà oggettiva. O, forse, sono loro stessi che sono totalmente distaccati da tale realtà.Assistiamo, in tal modo, a siparietti indegni che si realizzano durante le interviste nei vari “talk show” televisivi o nei così detti “programmi di approfondimento” che vengono trasmessi ormai quasi quotidianamente.Certo, ogni tanto spunta fuori una bella frase ad effetto citata in latino (magari per poi scoprire successivamente che era “fuori tema” o che era grammaticamente errata) in tal modo approfittando dell’ignoranza dei più o per apparire più “colti” di quanto in realtà si è, ma non possiamo aspettarci molto da chi riveste cariche pubbliche molto importanti ed ha un livello di istruzione approssimativo, condito da diplomi superiori che nulla hanno a che vedere con le mansioni svolte o, addirittura, dalla sola licenza media.

Attenzione, però ! Questo non vuole esser un ragionamento “classista”, ma solo di buon senso. La preparazione, l’istruzione che conseguiamo nella nostra vita deve rendere possibile lo svolgimento dignitoso, soddisfacente ed utile di una professione; un buon falegname che ha praticato a lungo il suo lavoro con impegno sin dall’apprendistato, è fondamentale per la nostra società (e credo che molti di noi sappiano quanto sia vero), ma lo stesso non sarà in grado di operare al cuore un cardiopatico che, invece, si rivolgerà ad un cardiochirurgo che per svolgere quel lavoro ha studiato e praticato per più di dieci anni in alta formazione, specificamente per quella professione. Ognuno ha il suo importante ruolo in questo mondo, e sono pochi, in verità, che si “inventano” una professione di punto in bianco. Anche chi decide di “cambiar vita” e dedicarsi ad altro, si forma, pratica e si impegna nella novità che sta per affrontare per svolgerla al meglio, pena un fallimento che nessuno desidera mai.

Sentire un esponente politico compiere un ragionamento per cui chi lavora nei bar e nelle palestre esegue solo “lavoretti”, gesticolando animosamente con le dita indicando una sorta di “virgolette” che sminuiscono ancor di più il concetto espresso e manifestando un sorrisetto idiota, è veramente deprimente ed indica la totale incapacità politica della persona in questione, nonché la sua carente preparazione culturale poiché quest’ultima, oltre ad permettere un’espressione migliore di quanto detto (anche se stupido), renderebbe l’individuo più aderente alla realtà oggettiva del mondo che lo circonda, anche se lo stipendio a cinque cifre ed i vari benefit tendono ad uno scollamento percettivo notevole. Inutili poi le varie “rettifiche” per evitare il presunto fraintendimento: ormai il danno è fatto. Magari quella persona veramente intendeva altro e la sua è stata solo un’espressione infelice, ma è un lusso che un individuo che riveste importanti cariche pubbliche non può affatto permettersi, soprattutto in un momento di estrema difficoltà come quello che stiamo vivendo.

Questo è un annoso problema che investe il nostro paese ed è figlio di un “italico modo di esistere”, ossia di un “volemose bene” che ha distrutto sistematicamente il sistema politico e non solo, rendendo la meritocrazia solo una misera pagliacciata e la democrazia solo demagogia.

Un pensiero ricorrente è quello per cui tali manifestazioni sono specchio di una condizione generale che si dirige sempre di più verso il basso, dell’idea per cui lo studio sia inutile e l’impegno ed il sacrificio altrettanto superfluo, cercando nelle amicizie e nei “favori” la soluzione per una vita più agiata possibile. Ahimé, così non è e non lo è mai stato ! A molti, però, piace pensare che sia così, che da sempre vi sia tale erronea condizione e, facendo “spallucce”, tirano avanti sopravvivendo alla giornata.

La disillusione ha portato a considerare “normalità” ciò che, invece, è anormale e quando si realizza qualcosa che deve normalmente verificarsi, consideriamo tale fatto un’eccezione; è questa una stortura pericolosa che ha danneggiato e rovinerà ulteriormente le generazioni a venire.

È ora di invertire questa malefica direzione, di pretendere le scuse da parte di chi sproloquia indegnamente per la carica che riveste (invece di ascoltare rettifiche, sarebbe molto più costruttivo udire sentite scuse: porterebbe a molta più dignità e valore), di reclamare il merito e non i proclami che puntualmente saranno disattesi. Si deve assistere al “buon esempio” che oltre alla guida (che necessariamente deve esser “superiore”, ossia a carico del più dotato tra tutti che si assume gli oneri delle decisioni importanti e non solo gli onori) vi sia anche un atteggiamento di “primo tra i pari” (primus inter pares), ossia di colui che rappresenta il popolo che, per molti caratteri, è al suo pari livello e con medesima dignità, ma che coordina ed utilizza i suoi poteri temporanei che sono condizionati dallo stesso esser guida di persone sue pari.

E se sbaglia chiede scusa, pubblicamente ed onestamente. 

 


 

giovedì 8 aprile 2021

Focus on.... Immunoterapia contro il cancro

Fare divulgazione scientifica non è affatto semplice e, spesso, spiegare concetti molto difficili con parole semplici risulta un'impresa titanica. In questi momenti difficili, però, credo sia utile e corretto trattare, con un linguaggio il più comprensibile per tutti (non "addetti ai lavori" compresi) alcuni temi che lasciano intravedere speranza e possibilità di cura per tutti noi. Per tale motivo ho deciso di dedicare, una volta al mese, un articolo "Focus on...", ossia un tentativo di divulgazione di tematiche legate alla Scienza che possono interessarci da vicino, sperando di suscitare curiosità ed interesse. Inizio l'avventura con un primo articolo dedicato all'Immunoterapia contro il cancro, un tema affascinante e delicato che descrive una "quinta via" nella cura e nel contenimento di una malattia tanto grave quanto, ahimé, diffusa.

Il cancro è una malattia “multifattoriale”, un insieme di molteplici problemi non più catalogabili considerando soltanto le caratteristiche dei tessuti e degli organi colpiti, ma da classificare sulla base delle caratteristiche genetiche e molecolari e da “combattere e controllare” su questo piano avendo sempre presente la forte instabilità e la capacità di mutare delle cellule tumorali (o neoplastiche) in risposta alle terapie. In questo scenario si muovono oggi l’immunoncologia e l’immunoterapiaoncologica.

L’immunoncologia è un campo di studio molto complesso ed in continua evoluzione sviluppato partendo dalle scoperte del patologo tedesco Rudolf Virchow (1821-1902). Questo scienziato ha ampliato i confini della medicina e si è guadagnato una fama internazionale tanto da essere considerato “eroe di tutti tempi”. L’immunoncologia si è fatta pian piano strada nel XX° secolo, alternando percorsi difficili a scoperte notevoli e procedendo sempre nel dubbio e nell’incertezza, ma anche nella passione della ricerca scientifica; vale la pena ricordare il lavoro del prof. Alberto Mantovani, immunologo, i cui studi hanno dimostrato come i macrofagi, componenti fondamentali dell’immunità innata (che possiamo considerare come la “prima linea di difesa”) e delle reazioni infiammatorie, sono in grado di promuovere la crescita tumorale tanto che una strategia “alternativa” alla cura al cancro si propone di colpire non solo le cellule tumorali, ma anche il “microambiente infiammatorio” che le circonda di cui le cellule immunitarie (i linfociti T ed i macrofagi) fanno parte. L’immunoterapia oncologica, in questi ultimi anni, ha assunto un posto di primo piano nella cura del cancro venendo così a premiare tutti gli studiosi che hanno creduto in questa disciplina alla ricerca della soluzione di un problema annoso e sempre attuale che ha afflitto milioni di persone ed appassionato generazioni di scienziati. L’incapacità del sistema immunitario di esercitare un’attività di eliminazione e controllo della patologia neoplastica è apparsa, per molti anni, un ostacolo insormontabile all’utilizzo di questa strada per la cura dei tumori.

Le cellule tumorali, infatti, pur presentando sulla loro superficie proteine mutate (antigeni) in grandi quantità, teoricamente sono capaci di indurre una risposta immunitaria (allo stesso modo dei batteri e dei virus), ma in realtà, nella maggioranza dei casi, non promuovono affatto tale risposta. In verità sembra che tali cellule acquisiscano una sorta di “invisibilità” al sistema immunitario dell’organismo che, anzi, come se queste cellule fossero invisibili ai sistemi di difesa dell’organismo può addirittura favorire la loro moltiplicazione e la progressione del tumore. L’immunoterapia oncologica, oggi lavora assieme alla chemioterapia ed alle terapie a “bersaglio molecolare” e, rispetto a quest’ ultime, hanno come obiettivo il sistema immunitario ed attuano un tentativo di “riattivarlo” direttamente in modo da eliminare le cellule neoplastiche, oppure di inibire meccanismi di soppressione esercitati dal tumore stesso. L’immunoterapia mostra un particolare interesse particolare dato dai seguenti punti:

1) la risposta immunitaria può attaccare singole cellule tumorali, cellule “quiescenti” (in sonno) e cellule metastatiche. In tal modo si differenzia dalla chemioterapia e dalla radioterapia che colpiscono selettivamente cellule fase di divisione. Inoltre, può dare risposte terapeutiche favorevoli anche in tumori molto avanzati (tramite un meccanismo noto come “effetto Lazzaro”);

2) l’immunoterapia, a differenza della chemioterapia, non agendo direttamente sulle cellule tumorali in moltiplicazione, non determina la selezione di linee cellulari “resistenti”;

3) le risposte cliniche all’immunoterapia sono diverse rispetto a quelle offerte dalle altre terapie antitumorali. Infatti, gli immunoterapici agendo sul sistema immunitario, non determinano effetti benefici in tempi rapidi ma solo dopo alcuni mesi dall’inizio del trattamento. In questo periodo di latenza è talora possibile osservare un aumento della massa tumorale, nota come “pseudoprogressione” che può manifestarsi quando le cellule T infiltrano i siti tumorali; ad essa può far seguito, in un secondo tempo, la regressione neoplastica;

4) è possibile creare “farmaci immunoterapici personalizzati” prelevando cellule del sistema immunitario del malato, trattandole e somministrandole di nuovo nel corpo dello stesso paziente;

5) può prevenire la comparsa di “recidive” grazie al meccanismo della memoria immunologica, ossia della capacità dell’organismo di ricordare gli antigeni che hanno indotto la risposta immunitaria e reagire nel caso si ripresentino;

6) l’immunoterapia può essere associata ad altre terapie oncologiche (chemio terapia e radioterapia e “terapie target”) e a “composti adiuvanti” quali, ad esempio farmaci antinfiammatori inibitori delle prostaglandine PGE2 e delle ciclossigenasi COX-2;

g) l’immunoterapia presenta effetti collaterali generalmente più “sostenibili” rispetto alla chemioterapia anche se a volte possono divenire rilevanti:l’immunoterapia oncologica può far aumentare i meccanismi di difesa in parti del corpo dove “non sono necessari” determinando fenomeni infiammatori di vario tipo e con varia localizzazione.

Le terapie immunoncologiche, purtroppo, oltre a non ottenere spesso “risultati sorprendenti”, in diversi casi non risultano efficaci. Gli studi e le ricerche future permetteranno di comprendere meglio le ragioni di questa mancata risposta, migliorando le terapie. L’immunoterapia oncologica rappresenta di conseguenza “la quinta via” nella cura dei tumori, dopo chirurgia, chemioterapia, radioterapia e terapie biologiche “a bersaglio molecolare” (terapie target) sviluppate in seguito alla maggior conoscenza del genoma umano ed alle continue ricerche di biologia molecolare. L’immunoterapia, oggi, è in grado di “cronicizzare” o addirittura “guarire” con ottimi risultati malattie tumorali avanzate per le quali, fino a poco tempo fa, non esistevano cure efficaci. L’ingegneria genetica e la sempre più precisa “tipizzazione” tumorale permetteranno nei prossimi anni di costruire “mappe tumorali” e faranno in modo di generare un’immunoterapia sempre più selettiva e specifica per ciascun paziente, permettendo di trattare i malati in modo specifico e con un risparmio di risorse.