Cerca nel blog

mercoledì 19 settembre 2018

La banalità del male - violenza e stupidità sociale


"La violenza non è forza, ma debolezza,
né mai può essere creatrice di cosa alcuna ma soltanto distruggitrice."
(Benedetto Croce)

Desidero iniziare questo breve articolo con quanto Vittorino Andreoli scrive nella prefazione del suo libro “La violenza”, ossia:
Sono passati dieci anni dalla pubblicazione de La violenza. Dieci anni in cui la cronaca della violenza ha tenuto le prime pagine dei quotidiani e si è arricchita di episodi che sembravano sempre esprimere un limite non superabile nell'efferatezza e nell'orrore, ma che invece erano costantemente battuti dalla cronaca successiva. Se allora, nel 1993, parlare di violenza sembrava voler sottolineare un aspetto della società col gusto del negativo, ora parlarne fa parte della strategia per sopravvivere e vincere la paura di essere vittima. L'ammazzare è diventata una modalità per fare qualche cosa di significativo, per sfuggire alla banalità, alla monotonia del quotidiano.
Spaccare un corpo per gioco, per un nulla, senza accorgersi della gravità di quell'agire, magari dimenticato dopo qualche minuto. Si può ammazzare e poi preoccuparsi di andare a letto in tempo per essere freschi per gli impegni del domani. Mi ha colpito la banalità del male".
Perché riportare questo breve paragrafo tratto dalla prefazione del libro del noto psichiatra ? In verità queste poche parole centrano in pieno alcuni punti fondamentali, tra cui la banalità del male.
In una società dove al posto del “merito” si impone la “raccomandazione”, dove l’atto feroce ed intimidatorio diviene valore assoluto per suscitare rispetto ed ove la preoccupazione principale non è più quella di “allenare” i propri neuroni, ma pigramente bere qualsiasi concetto (per lo più falso o maldestro) senza tener conto dei risvolti che esso suscita nel comportamento di ognuno di noi, è logico che la mediocrità diviene eccellenza ed una sorta di “materialismo comportamentale” si impone come una nuova norma collettiva.
Subendo questo “livellamento” verso il basso, il gesto feroce ed aggressivo (o l’atteggiamento psicologico violento) diventa “banale”, ossia piuttosto “comune” e scontato.
Poiché la carenza educativa si manifesta laddove tale fenomeno diventa quotidianità (in un circuito vizioso, poiché tale carenza è al medesimo tempo la sorgente zampillante del fenomeno stesso), l’ignoranza predomina l’agire sociale e, come tanti decerebrati, gli individui che vi aderiscono si beano dell’agire violento.
Quando tale idiozia invade il comportamento sociale, subentrano i fazionismi e le stupide giustificazioni che sono patrimonio di chi non ha merito alcuno o di chi nemmeno sa di cosa parla. È in tal modo che si è razzisti senza sapere che il termine “razza” nemmeno è valido geneticamente e che si usa il termine “negro” in senso un po’ dispregiativo tanto per esaltare la propria appartenenza ad una categoria di cretini. Senza contare che, a giustificazione delle proprie idee malsane, si portano esempi altrettanto insalubri pretendendo che chi ascolta possa esser d’accordo con tali intelletti deboli.
Il limite apparentemente insuperabile che Andreoli cita nella sua prefazione, è invece spesso superato da orrendi fatti successivi e, invece di mettere in guardia sia il cittadino comune che chi lo rappresenta, si avvera una sorta di rassegnazione alla discesa verso gli inferi che non ha uguali. È pertanto molto probabile che sia il cittadino comune che il suo rappresentante siano colpevolmente imbecilli tanto da approvare, con il loro silenzio ed il loro scarso operare, il gesto efferato.  
Quando si ricorre alla violenza, significa che la nostra mente è incapace di compiere un ragionamento costruttivo e, in tal modo, palesa i suoi limiti (spesso notevoli), creando una sorta di autogratificazione nell’oppressione (fisica o psicologica) del prossimo. Non si comprende, quindi, che pur essendo capaci di “schiacciare” un’altra persona, si diventa comunque idioti ed è questa una qualità che, ahimè, rimarrà per lungo tempo (spesso per tutta la vita). Nella violenza, pertanto, si esalta l’imbecille ed in una società del genere si avrà sempre la “prevalenza del cretino” (parafrasando un libro di Fruttero e Lucentini).
Il saggio cinese Lao-tzu ebbe a dire che “in natura come nel mondo umano, il male si ritorce sempre sulla fonte che lo ha commesso” e questa semplice frase ha un valore assoluto, ma il paradosso attuale è che tale ritorsione nemmeno viene considerata e si è troppo stupidi per valutarne l’effetto: in un mondo grossolano e maleducato, l’esser gretti e ottusi d’intelletto è un pregio.
Grazie ai social media, poi, il fenomeno violento ha raggiunto l’apice perché lo schermo fa da paravento dietro cui nascondersi e mentre nei rapporti sociali diretti il cretino si autolimitava e la stupidaggine non sfruttava quasi mai una comunicazione amplificata (se non grazie ad altri cretini che venivano comunque isolati), adesso vi è addirittura la coalizione in gruppi di imbecilli che promuovono la stupidità sociale, trovando la realizzazione della loro ideologia (“buccia” marcia dell’idea) nel mondo virtuale.
Inoltre, dato che il comportamento violento fa presa su coloro che non riescono ad autogestirsi (spesso con problematiche psicologiche di vario grado), ma che necessitano di una guida forte che imponga loro un modulo di azione (giusto o sbagliato che sia), si comprende bene come lo stesso sopravviva e cresca negli ambienti dove vi è la tendenza al “regime”, ossia alla cieca adesione ad una linea di condotta imposta da un leader assoluto che non si può mai mettere in discussione.
È in tal modo che la violenza imbruttisce l’anima frenando la mente, che impedisce la civiltà di un popolo e che, nella sua esaltazione, irretisce l’intelletto dei deboli rendendoli ancora più stupidi.
Concludo questo scritto riportando un estratto, sempre di Andreoli, tratto da  un blog (https://digilander.libero.it/tempo_perso_2/idee_format_violenza.htm) e che sembra riassumere con lucidità la superficialità in cui ci troviamo e di quanto la “furbizia”, ossia l'abilità a ottenere quello che serve in quell'attimo senza pensare al dopo”, legata a “doppia mandata” con la stupidità, influisca negativamente sulla condizione della nostra società e sia essa stessa supporto per il violento.

Le mille tecniche della menzogna e della mezza verità: il non dire, il dire in un certo modo, l'alludere, l'interpretare a senso unico. Vengono in mente le notizie di carattere politico e le versioni date dalla maggioranza e dalla opposizione, sempre all'antitesi.
Il pluralismo dei media è considerato la migliore garanzia contro la menzogna: peccato che i telegiornali oggi sembrino d'accordo sul peso da dare alle notizie, seguendo lo stesso ordine di presentazione, un'identica titolazione. Se tutti raccontano una stessa menzogna, ecco definita in maniera precisa la verità e soprattutto eliminata la possibilità di dubitare che sia quella presentata.
Questo esito apparentemente paradossale è dovuto al fatto che giornali e notiziari televisivi selezionano le notizie secondo gli stessi criteri di rilevanza; si osservano reciprocamente per evitare di trovarsi "scoperti" su fatti o situazioni che gli altri invece trattano; costituiscono un sistema gerarchico nel quale alcuni di essi, per maggior potere e prestigio, diventano dei leader d'opinione per tutti gli altri strumenti, stabilendo così una gerarchia di temi e modalità di trattazione che tutti poi assumeranno.
In questo modo diventa molto più difficile individuare la menzogna e correggerla. Insomma, la menzogna come segno di professionalità scaduta.
La stupidità come violenza è sorella della menzogna e forse una delle sue forme più pericolose perché non è episodica, ma può diventare uno stile di vita, un costume in cui si gestiscono le relazioni umane e si perpetuano soprusi.
È certo la stupidità a discriminare l'uomo a seconda degli oggetti posseduti e mostrati. È stupidità il considerare il colore della pelle una distinzione di natura e di umanità. È stupidità reggere una società sulla cultura del nemico, che significa combattersi in una lotta per primeggiare, facendo dominare l'odio più o meno mascherato e non la bellezza della coesione e delle sue forme "minori" di legame sociale. È stupidità promuovere uno sport che si fa violenza da stadio. È stupidità gestire locali eleganti in cui si produce musica e che in realtà sono supermercati della droga. Si guadagna sul biglietto di ingresso e sulla droga smerciata.
È stupidità non mettere i giovani in condizione di avere una preparazione dello stesso livello dei coetanei europei.
La stupidità, in altri termini, è l'atteggiamento che porta a dare soluzione ai problemi guardando agli effetti immediati e non alle conseguenze più vaste e profonde. Alla stupidità appartiene la furbizia, l'abilità a ottenere quello che serve in quell'attimo senza pensare al dopo. Stupidità è la mancanza di programmazione. Stupidità è l'incoerenza e la mancanza di prospettive, del senso della storia, della costruzione, senza la quale non si dà progetto educativo. Stupidità è l'improvvisazione, come forma di menzogna sistematica. Approvare l'inganno e premiarlo più dell'impegno.
Una società stupida è anche violenta e avrà necessariamente un sistema di comunicazione superficiale.
C'è bisogno di riportare nel mondo la filosofia, la teologia, la meditazione e il silenzio, oltre all'economia. Oltre alle riunioni imperative di lavoro e di produzione per il consumo. Ridotto alla sola dimensione dell'economia, l'uomo è colui che consuma, e non colui che è dentro il mondo in una esperienza in parte ineffabile e indicibile: dentro il mistero che non si riduce alle leggi del mercato e della finanza.”



lunedì 17 settembre 2018

Società e frasi


In una società fatta di pezzi di merda, solo quello più merda va avanti
L’unico ricco buono è quello steso con le mani incrociate sul petto
Ma cosa ci volete fare ? C’è povertà adesso e non c’è lavoro... cazzo !

Queste tre brevi frasi, ascoltate al bar (luogo idoneo per il loro esprimersi), danno un’idea ben precisa del caos che investe la situazione sociale attuale.

Quando nel lontano 2008 vissi nel Wudang (nello Hubei, regione della Cina centrale) per circa un mese e poco più, mi ritrovai in un paese poverissimo che, sebbene patrimonio UNESCO, era stato abbandonato dalla spinta economica continentale dove, conseguentemente, il tempo sembrava essersi fermato.  Ricordo, alle cinque del mattino, gruppi di una decina di persone circa che aspettavano la corriera per andare a prestare opera come muratore o imbianchino in qualche catapecchia poco lontana da lì per pochi Yuan al mese (spesso saltuariamente pagati). Ricordo le gavette con cui facevano colazione sul marciapiede o si lavavano i denti, sputando l’acqua ed il dentifricio nello scolo ai lati della strada. All’entrata del paese vi era una sorta di palazzo enorme, completamente diroccato, forse residuo della Cina post-rivoluzione mirabilmente descritta da Terzani nel suo libro “La porta proibita”, che figurava come un vero e proprio obbrobrio edile all’ingresso del paese. Non esisteva l’acqua calda. Sì, ricordo che se volevo fare una doccia calda, potevo realizzare il sogno solo in un certo orario perché dopo era praticamente impossibile. Gli appartamenti (usando un eufemismo) erano davvero osceni, spesso con una “salutare” muffa che accoglieva il malcapitato. In tutto il paese, poi, vi erano un paio di postazioni internet con due computer che, in Italia, erano superati anche per le ASL (ed è tutto dire…) e per inviare un’email o leggere la propria posta elettronica, si doveva fare la fila alle sette la mattina, perché poteva accadere che qualche ragazzino si piantasse in quella postazione per fare almeno due o tre schemi di un gioco sparatutto online. Non so dove fosse collocata la scuola (o se vi fosse addirittura), ma sicuramente non era in quel paese. Ricordo pure pranzi e cene a base di verdure e poca carne (spesso inesistente) e rammento pure quel disgraziato che portava le derrate alimentari tramite un bel palo caricato sulle spalle e gli scatoloni legati alle estremità e ricordo la sua sudata prestazione fisica salendo gradini interminabili per arrivare a destinazione.

Quello che non ricordo, però, è l’assenza di civiltà. Nella povertà ricordo la dignità e la comunione di intenti, ricordo la forza collettiva dell’aiutarsi vicendevolmente ed il sorriso. Certo, le stranezze e le difficoltà erano presenti, ma non erano certo superiori a quelle che investono il nostro vivere quotidiano nella “civile” Italia. Indubbiamente era un fortunato caso e sicuramente sarà stato un periodo felice della mia esistenza, ma il fatto induce ad una buona riflessione su quanto il valore dell’Etica sia stato smarrito a pro di un consumismo spietato che rende tutti merce ed al medesimo tempo venditori.
Non che la Cina sia un esempio da seguire: inutile scriva del caos delle grandi città come X’ian o Beijing e di come il cinese medio abbia conosciuto la possibilità di avere la BMW o la Mercedes sotto le gialle terga, ma quella condizione un po’ particolare indicava l’entità di quanto abbiamo perduto. 

Che la società abbia un alto contenuto di “pezzi di merda”, come l’arrabbiato avventore del bar urlava, è evidente a tutti e, per lo più, tali scorie sono costituite da pezzenti, da uomini privi di valore che, per vie traverse, si sono arricchiti a spese altrui, che hanno pensato al lucro prima che alla responsabilità civile, che hanno furbescamente aggirato ogni vincolo sociale costituito dalle sue norme e dalla coscienza collettiva di un popolo che, sempre più stordito, beve ogni stupidaggine perché detta da un individuo “di successo”. Guardiamoli questi obesi signori, guardiamoli sorridere mentre noi non arriviamo a fine mese perché le bollette o la spesa hanno un prezzo talmente alto che occorrerebbero tre stipendi per viver dignitosamente, vediamoli mentre fanno le loro festicciole a bordo piscina con tanto di baldracche siliconate (perché di tali signore si parla) mentre il paese cade a pezzi. Guardiamo i tanti “infilati” nei posti di lavoro, con titoli di studio che fanno ridere i polli, rivestire mansioni che non gli spettano a pro di guadagni stellari, solo perché un conoscente è un politico od un assessore oppure un “factotum” di varia categoria. Guardiamo gli italiani del “volemose bene” gestire le nostre esistenze.

In un articolo del quotidiano La Stampa, datato 22 gennaio 2018, si riporta che, secondo un’indagine statistica OXFAM, in Italia il 5% delle persone possiede il 40% (!!!) della ricchezza totale. Quattordici, ripeto: quattordici, italiani hanno un patrimonio che assommato vale 107 miliardi di euro (fonte: http://www.lastampa.it/2018/01/22/economia/in-italia-il-dei-paperoni-possiede-il-della-ricchezza-qrCBs2eEXlDvt6G8BHlk0L/premium.html). Sempre secondo la medesima fonte, un italiano su quattro è a rischio povertà od esclusione sociale e non si tratta, ovviamente, di chi possiede sei ville sul mare (fonte: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/oxfam-poverta-un-italiano-su-4-a-rischio-9fc11dc2-a453-45b9-ac8d-82229e66f051.html), ma il fatto più impressionante è la totale apatia del cittadino medio, la completa tolleranza alla diseguaglianza sociale, nascosta da false emergenze che hanno del ridicolo. Dopo la distruzione sistematica del mercato del lavoro, poi, si è assistito ad un degenerarsi dell’educazione e della civiltà, con ondate di violenza che vengono quasi giustificate grazie a fazionismi idioti e con timori che portano l’individuo ad accettare qualsiasi forma di schiavismo.  Se vogliamo innescare una sorta di retromarcia e fermare questo macello, forse è il caso di partire da qui.
Infine, in un articolo uscito su L’Espresso del 21 marzo 2017 si riporta l’Italia come uno dei paesi con il più alto tasso di analfabetismo funzionale, ossia:

Non si parla in questo caso di persone incapaci di leggere o fare di conto, piuttosto di persone prive «delle competenze richieste in varie situazioni della vita quotidiana», sia essa «lavorativa, relativa al tempo libero»”[...]

Balsamo contro la perdita delle nostre capacità può essere tornare tra i banchi di scuola da adulti o partecipare attivamente al mondo del lavoro. Eppure, non ogni occupazione può “salvarci” dall'essere potenziali analfabeti funzionali visto che solo alcune attività garantiscono il mantenimento se non addirittura lo sviluppo di capacità e conoscenze. «Sono le skilled occupations, ovvero professioni intellettuali, scientifiche e tecniche»“
(fonte: http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/03/07/news/analfabeti-funzionali-il-dramma-italiano-chi-sono-e-perche-il-nostro-paese-e-tra-i-peggiori-1.296854)

Ancora una volta si indica il dissesto culturale come fonte primaria della situazione disastrosa in cui versiamo e buona base di appoggio per i soliti furbi che continuano a lucrare sulle nostre vite.