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venerdì 18 novembre 2022

Il problema della fiducia in sé stessi....

Impara a piacere a te stesso. Quello che pensi tu di te stesso è molto più importante di quello che gli altri pensano di te scriveva Seneca nelle sue “Lettere a Lucilio” e credo questa sia una summa filosofica del suo pensiero circa la stima di sé.

Il dramma dell’autostima, che non è mai “esagerata” ma piuttosto mancante, è una vera e propria piaga nei confronti della vita di relazione e delle aspettative che nutriamo verso noi stessi. L’autostima carente e, spesso, in discesa libera e senza freni in molti individui, porta in chi si agita in tali correnti di tempesta al famoso detto inglese: “You have a check in your armor” ossia “hai una crepa nella tua armatura” che consiste nel notare i difetti altrui, nell’evidenziare i numerosi errori che inevitabilmente ognuno di noi commette nell’arco della sua esistenza, per farli pesare e giustificare in tal modo ogni nostro disagio che scarichiamo sull’altro, senza guardare i propri sbagli, le carenze o, comunque, ciò che è stato fatto di errato e che l’altro, in un atteggiamento di giusto rispetto, non fa notare nonostante sia oggetto dei suoi tormenti.

Chi è carente di stima di sé spesso tende ad incentrare su sé stesso e personalizzare ogni situazione o discussione, cercando necessariamente di “aver ragione” sempre e comunque e chiudendo la comunicazione, spesso attaccando l’interlocutore accusandolo di non considerare le sue esigenze, inconsapevole di esser egli stesso ignaro delle esigenze altrui.

Queste ultime, difatti, non possono esser considerate e devono necessariamente essere ignorate perché, diversamente, l’ego che tenta in qualche modo di ristabilire una centralità falsamente perduta, si troverebbe a cedere il passo ad una situazione di supporto e non di “reclutamento” delle energie dell’altro per ottenere sostegno e conferme non assolutamente necessarie.

È in tal modo che egli passa sopra le emozioni e le situazioni, a volte anche difficili, dell’altra persona per il semplice “evitar di soffrire” che, in verità, coincide con il fatto che si dovrebbe cedere la centralità all’altro, non comprendendo che in una qualsiasi relazione interpersonale non esiste una centralità, ma una condivisione che deve essere paritaria e non reclamata solo a pro di uno o dell’altra persona. Subentra, quindi, la totale (e spesso inconsapevole) indifferenza alle attività ed agli interessi altrui, ai suoi impegni od alle necessarie ambizioni che, invece di esser condivise (od almeno lo divengono inizialmente e solo in apparenza) divengono “passioni” od “hobby” che dovrebbero cedere il passo all’ “io ferito” che deve esser centrale nel rapporto per ottenere dall’esterno quelle conferme che, in realtà, dovrebbero già esistere all’interno.

D’altronde, chi ha una scarsa autostima ha un giudizio negativo di sé stesso e non può che cercare qualcosa di più “negativo” per rendere la propria valutazione sulla sua persona meno opprimente; questo lo si nota subito poiché questa persona tende a proiettare i suoi sfavorevoli pareri (nei confronti di sé) nelle parole dell’altro, spesso fraintendendo o attribuendo altro valore alle frasi di una qualsiasi discussione e rendendo un inferno un qualsiasi tipo di relazione.

Chi soffre di una scarsa autostima vive di assoluti: bianco o nero, giusto o sbagliato, importante o inutile e non esistono le vie intermedie, la famosa “strada di mezzo” spesso fruttuosa e ricca di spunti riflessivi e di accrescimento personale. L’assoluto rende sicuri, non produce indecisione e non carica di dubbi per cui, in queste persone, è l’unica via da intraprendere per cercare di affermare una stima di sé che vacilla paurosamente in ogni istante del quotidiano.

In un’intervista al dott. Giovanni Porta, Psicologo psicoterapeuta di orientamento gestaltico, esperto in alimentazione e teatroterapia, a proposito dell’autostima ricorda che: “In altre parole, la scarsa autostima diventa un problema quando impedisce a una persona di mettere in atto comportamenti fondamentali per la sua qualità di vita: trovare delle relazioni sentimentali appaganti, un lavoro, avere una vita sociale soddisfacente, divertirsi […] In primo luogo, ritengo fondamentale ricordare che nessuna vita è immune da problemi. Spesso, chi presenta scarsa autostima si sente come se fosse l’unico nel mondo a non avere raggiunto tutti i propri obiettivi, o comunque a soffrire per qualche mancanza. Invece, tutti hanno problemi, anche se non si vede” ed è implicito che una tale persona viva un’esistenza a suo modo di vedere “povera” anche se in verità possiede tutto (sia materialmente che non); una vita, cioè, sempre mancante di qualcosa e chieda sempre di più (vacanze sempre più frequenti, auto sempre più belle o prestanti che permettano una sorta di accettazione sociale, abiti sempre più costosi od alla moda, attenzione sempre crescente nei confronti della sua persona, idealizzazione dei rapporti familiari ed interpersonali ed altro) per tamponare quel “vuoto interiore” che, contrariamente a quello costruttivo delle varie tradizioni orientali, impone un disagio costante e iper-stimola l’ego.

Concludendo, forse ha ragione il filosofo statunitense del XIX secolo Ralph Waldo Emerson quando scrisse nel suo saggio “Fiducia in sé stessi” che: “se io ho perso la fiducia in me stesso, ho l'universo contro di me.

 


 

 

mercoledì 16 novembre 2022

L'arroganza e la mediocrità

 L'uomo superiore è calmo senza essere arrogante; l'uomo dappoco è arrogante senza essere calmo” scriveva Confucio nei suoi Dialoghi nel descrivere ad un suo allievo le qualità di un uomo ed è, questa, una frase di cui tener bene di conto.

In una società dove le apparenze contano sempre di più rispetto all’essere, dove il costante e frenetico divenire è una sorta di macina che frantuma esistenze intere e dove la pressione massmediatica induce una sorta di “educazione fittizia” che premia il becero ed il mediocre e distrugge letteralmente il raziocinio, l’arroganza è diventata sia una caratteristica dell’interagire che una piaga diffusa. Forse perché impressa da un costante correre a destra e manca e da una situazione di “fight-or flight” (combatti o fuggi) indotta spesso ad arte per impedire il pensare, il riflettere ed una qualsiasi formazione interiore (che comporterebbe il più alto grado di ribellione verso una siffatta società), l’arroganza emerge come una falsa caratteristica vitale, senza la quale non crediamo di poter sopravvivere.

L’arroganza veste molti abiti, spesso diversi e difficili da riconoscere: a volte indossa il vestito della supponenza che fa guardare dall’alto verso il basso chi è ritenuto “inferiore”, altre volte mostra l’aggressività perché la carenza di autostima induce ad assalire per far valere il proprio pensiero credendo che sia il solo modo per farsi ascoltare.

L’educazione interiore, che riuscirebbe a contrastare l’infausto fenomeno, non si basa esclusivamente su di un incremento del proprio bagaglio culturale (che non fa mai male ma, anzi, rende una società ancora più civile), ma anche su di un lavoro introspettivo che “centrerebbe” di più la persona sul suo essere, sulla sua essenza e non sul suo divenire, aumentando in tal modo la conoscenza di ciò che è e limando i tratti che impediscono l’espressione della sua “volontà di esistere ed essere”. Questo è importante perché l’aggressività maschera letteralmente le qualità che si possiedono ed è totalmente inutile poi lamentarsi se l’interlocutore non riesce a scorgerle dietro quella cortina (a volte spessa) che mette a disagio ed impedisce una qualsiasi forma di comunicazione che si riduce spesso ad atti di attacco e difesa. L’aggressività che si impone come unica forma di espressione di sé verso l’esterno induce pure una sorta di involuzione verso uno stato più “infantile” dove si cerca una centralità che spesso diventa pesante nei confronti degli altri e che porta a giudicare come carente un qualsiasi rapporto interpersonale se non incentrato su di sé, dimenticando che le esigenze ed i comportamenti sono diversi e che ognuno ha la necessità di vivere la propria esistenza senza ferree imposizioni.

Se si stabilisce una condizione del genere, si ha il distacco comunicativo e l’isolamento poiché si tende ad esaurire, a rendere esausto l’interlocutore o, comunque, colui o colei che è oggetto di tale comportamento.

Lo stato aggressivo, condito da analfabetismo funzionale e povertà di contenuti, lo si trova spesso nei vari spettacolini di basso valore creati nei vari “reality show” dove vi è un conduttore che si ammanta dell’aurea di “psicologo” elargendo consigli al limite della stupidità, creando e poi risolvendo problemi inesistenti al fine di coinvolgere lo spettatore in un circo di false emozioni e di un’empatia distruttiva che lo porta a pensare che quella sia la realtà esistenziale. In tal modo si esalta la mediocrità, altro elemento che nutre l’aggressività.

Il mediocre, difatti, basa il suo esistere su contenuti preconfezionati, evitando accuratamente di crearne di nuovi e di propri, basati sul suo riflettere e sul suo formarsi, bensì adottando elementi già presenti e costruiti su basi che ignora del tutto. Non è raro, infatti, che il mediocre apprenda senza conoscere, ossia segua e dia per scontato degli assunti che emergono da basi sia culturali che professionali che nemmeno conosce. Il mediocre non si forma perché è strettamente legato ad una pigrizia per cui, se il contenuto è già preparato, perché impegnarsi e faticare nel prepararlo di nuovo ? È così che si evita di leggere testi un poco più impegnativi (dimenticando che la mente ha bisogno di allenarsi con difficoltà maggiori), di guardare programmi che implicano l’utilizzo della mente riflessiva o di approfondire settori che interessano, leggendo al limite qualche notizia su internet e credendo, in tal modo, di aver abbondantemente esaurito il bisogno formativo.

In tal modo prendono campo le varie stolte figure che, pur non avendo preparazione alcuna, si atteggiano a “professionisti” (spesso nella psicologia o nella sociologia) creando danni spesso irreparabili. La mediocrità è base per l’arroganza poiché cozza spesso contro il raziocinio della preparazione e la ribellione di chi non vuole esser mediocre.

Eckhart Tolle, scrittore tedesco, scrisse: “Quasi ogni ego ha perlomeno un elemento di quello che possiamo chiamare “identità di vittima”. Alcune persone hanno de se’ un’immagine di vittima così forte che diviene il centro del loro ego. Risentimento e lamentela formano una parte essenziale del loro senso del se’ […] Lamentarsi e reagire sono schemi favoriti della mente grazie ai quali l’ego rafforza sé stesso. Per molte persone, gran parte dell’attività mentale-emozionale consiste nel lamentarsi e reagire contro questo o quello. Così facendo, rendete gli altri o la situazione «sbagliati» e voi stessi «giusti». Grazie al fatto che vi sentite «giusti» vi sentite superiori, e grazie al fatto che vi sentite superiori rafforzate il vostro senso del sé. In realtà state ovviamente rafforzando solo l’illusione dell’ego. Potete osservare in voi questi schemi e riconoscere la voce che si lamenta nella vostra testa, per quello che è?” e non vi è descrizione più centrata sull’effetto dell’arroganza che deriva dalla carenza di autostima dettata da una mediocrità che non si vuol mollare, attaccandosi strenuamente all’ego che, indomito, guida sia il pensiero che le parole.

È una discesa distruttiva, che oscura ogni qualità positiva della persona che, lentamente ma quasi inesorabilmente, svanisce agli occhi altrui e lascia solo il grigio di un’apparenza scostante e di un’istintività che non rispecchia l’etologia dell’uomo, ma solo un disperato tentativo di accettare sé stessi credendo di non esser mai apprezzati.

Spesso si possiede molto (più del necessario), ma si sceglie di vedere solo ciò che manca o si invidia ciò che gli altri hanno solo perché la frustrazione invade il nostro essere; è così che prende campo l’arroganza ed è in tal modo che si aderisce alla mediocrità tentando l’infruttuosa fuga da noi stessi.

 

 


 

 

venerdì 9 settembre 2022

So di non sapere.... e me ne frego..... (Apologia dell'ignoranza)

Durante una riunione è stata lanciata l’espressione: “il titolo di studio presto non avrà più valore legale”. Pur non conoscendo l’evoluzione della normativa in merito (anche se mi appare un’enorme castroneria) il punto che mi ha colpito è quello per cui si era piuttosto soddisfatti dell’ipotetica questione, puntando il dito sul valore delle “competenze” che guideranno una professione piuttosto che il valore accademico. Non so a quali “capacità” si riferissero i fautori di cotanta rivoluzione dato che senza una profonda comprensione teorica dei meccanismi di base di una professione, le sbandierate “competenze” valgono poco o nulla.

Mi è apparso il solito italico “arrangiamento” per cui la persona “pratica”, ossia quella che riproduce fedelmente senza riflettere, valga di più rispetto chi si sacrifica anni ed anni dietro libri, esami ed applicazioni sul campo per svolgere al meglio ciò che ha deciso di perseguire.

Insomma, studiare serve a poco se si riesce a fare qualcosa di pratico che riproduca gli elementi di una professione.

Un atteggiamento, questo, che rende vano anche il sacrificio di Giordano Bruno che, nel momento più difficile, ebbe a dire: “Non so quando, ma so che in tanti siamo venuti in questo secolo per sviluppare arti e scienze, porre i semi della nuova cultura che fiorirà inattesa, improvvisa, proprio quando il potere si illuderà di aver vinto” e nel nostro momento storico-sociale il potere, di fatto, ha già vinto da tempo.

Al di là dei meccanismi, oserei dire ormai storici, per cui la “pigrizia mentale” rimane il punto nodale di tutto, è amaro constatare quanto si svenda la cultura a pro di pochi soldi e piccoli interessi borghesi personali. Poca serietà e scarsa professionalità sono il motivo di fondo di molti.

Ancora più difficile è il digerire quanto la cultura conti ormai poco e che l’accrescimento interiore e l’innalzamento da livelli infimi di “analfabetismo funzionale””, ossia la condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità (definizione UNESCO del 1984), siano appannaggio di pochi se non di nessuno.

Studiare, oggi, significa esclusivamente compiere un percorso (spesso considerato noioso ed inutile) che si svolge solo in giovane età dopo la quale è perfettamente superlfuo impegnarsi nello “spremer le meningi” ed è imperativo lavorare per guadagnare.

Intendiamoci: è ovvio che il lavoro è fondamentale e necessario, ma il materialismo ed il consumismo, condito da una sorta di “capitalismo della sorveglianza” dettato dai vari social media, ha permesso il perder di vista il valore etico che la cultura rappresenta per ognuno di noi. Un valore che impedirebbe ai tanti pagliacci di esistere e che smaschererebbe gli ipocriti, eliminando gli ignoranti dai posti sociali rilevanti, impedendo loro di fare ulteriori danni e lucrare sulla pelle altrui.

È altrettanto ovvio che un popolo ignorante è oltremodo semplice da ingannare e controllare e che l’ignorante teme chi usa la propria materia grigia per capire il mondo che lo circonda perché potrebbe esser scalzato da una posizione che ingiustamente riveste ed è per questo che si è insinuata, nel tessuto sociale, l’ideologia (buccia delle idee) per cui “l’uomo pratico” vale di più “dell’uomo pensante” e che per pochi soldi in tasca convenga mantenere uno “status quo” indegno di una civiltà.

So di non sapere” è la frase detta da Socrate di fronte alla giuria che lo condannò a morte ed è un concetto fondamentale che esprime una critica accesa ai Sofisti, ossia a coloro che presupponevano di sapere (e ne erano intimamente convinti); sebbene questo spaccato di filosofia “for dummies” sia molto citato, il suo valore è altrettanto spesso dimenticato. La presa di coscienza della finitezza espressa da Socrate cozza violentemente contro i tuttologi odierni, ossia persone che suppongono di “saper tutto”, che hanno sempre qualcosa da dire su tutto e che i social media hanno esaltato facendo sì che questo fenomeno abbia raggiunto dimensioni impressionanti.

Il “non sapere” socratico è un punto di partenza verso più alte vette del valore umano, verso l’esplorazione degli sterminati territori della Conoscenza e non un “fine” per ammettere la propria ignoranza (ed esserne orgogliosi). Esser consapevoli di “non sapere” è l’invito implicito a conoscere e comprendere, ad imparare, per superare il mondo mediocre che un “conosciuto” nostrano ci pone di fronte. Chi crede (e ne è convinto) di sapere ogni cosa, spesso segue uno schema prestabilito: non studia, non sperimenta, non scopre, non si pone domande e rimane, per questo, fermo in una palude mentale che lentamente degrada ogni processo cognitivo. Vale, cioè, l’aforisma attribuito ad Oscar Wilde per cui “ci sono persone che sanno tutto e purtroppo è tutto quello che sanno “.

Le competenze tanto sbandierate ai quattro venti si basano proprio su questi principi e non sul “credere che ciò che si sa basti ad avanzi”; confondere le “competenze” con azioni ripetute da anni nello svolgere una professione senza chiedersi se queste siano o meno corrette o se quello che facciamo necessiti di un approfondimento ulteriore tramite un opportuno corso di studi, è pura follia.

Se si esalta la mediocrità, il mediocre sarà ciò che otterremo; è perfettamente inutile lamentarsi delle condizioni meschine in cui ci troviamo se noi stessi siamo i primi ad alimentarle. 

 


 

venerdì 12 agosto 2022

"Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate".... al pronto soccorso dell'ospedale San Luca di Lucca

«Per me si va ne la città dolente,

per me si va ne l’etterno dolore,

per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore;

fecemi la divina podestate,

la somma sapienza e ‘l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro.

Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate».

 

Questa è l’iscrizione che il Sommo Poeta trova innanzi all’entrata verso gli inferi nella sua Divina Commedia e questo, in linea di massima, dovrebbe essere l’avvertimento che precede l’ingresso al pronto soccorso dell’ospedale San Luca di Lucca.

Sia “l’etterno dolore” che “la perduta gente” ben descrivono la condizione dei malcapitati pazienti e del frustrato ed impotente personale sanitario. Ebbene, in questo caso non vi sono “dannati” puniti e “demoni guardiani”, ma solo un inferno comune a tutti dove, veramente, vale “lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”, sia che l’accesso avvenga per necessità di cure (urgenti, visto il servizio in questione) che per svolgere il proprio lavoro.

Scrivo queste poche righe per denunciare lo stato di “malasanità” in cui versa il nostro ospedale e di cui sono stato testimone per circa cinque ore.

Alle quattro della mattina di mercoledì 10 agosto, mia cognata accusa problemi cardiaci e viene chiamata un’ambulanza che, dopo pochi minuti il prelevamento, è davanti al pronto soccorso del suddetto ospedale.

La ragazza si trova, pertanto, in una barella dentro le stanze della struttura ospedaliera nel primo mattino di una giornata infernale. A questo punto termina la logica ed inizia la follia.

Senza entrare nei particolari, scrivo solo che questa paziente non è stata mai presa in carico da un medico dato che alle cinque del pomeriggio del medesimo giorno, ossia dopo ben 13 ore, non si avevano notizie alcune e la stessa ha deciso di andarsene da quel girone dantesco. Inoltre, dopo poco tempo dal suo ingresso, poiché serviva la barella su cui era stata trasportata, la persona in questione è stata fatta accomodare in sala di attesa. Tralascio alcuni particolari vergognosi, indegni di un popolo che si autodefinisce “civile” (come il vedere una persona con catetere che esce tranquillamente dallo stabile e decide per farsi una passeggiata o prendere un caffè portando fieramente il sacchetto dove viene contenuta l’urina con la mano sinistra oppure un ragazzo con una caviglia notevolmente gonfia a causa di una frattura che non è stata trattata, ossia senza contenimento alcuno, che per cinque ore è abbandonato su di una sedia a rotelle con la possibilità di uscire tranquillamente per fumarsi una sigaretta ogni tanto ed altre “tristi letizie”) per chiedermi a quale miserevole condizione siamo arrivati.

Mia cognata è stata fortunata: un evento patologico cardiaco temporaneo che non ha comportato conseguenze spiacevoli ma verso il quale, comunque, occorre porre attenzione con opportuni esami diagnostici segnati dopo una visita cardiologica effettuata “intramoenia” nello stesso ospedale il giorno dopo (ovviamente, quando ulteriormente si paga rispetto le già salate tasse, si ha anche celerità, un buon servizio ed un’ottima competenza); mi chiedo, invece, come sta quel ragazzo che attendeva assieme a lei e che denunciava dolore al petto con pressante mal di stomaco da ore e che, al personale del pronto soccorso, faceva presente il fatto che suo padre fosse deceduto per infarto come lo zio. Anch’egli non sembrava esser degno di attenzione da parte della struttura.

È la decadenza totale.

Certamente: disorganizzazione e tagli criminali hanno massacrato il personale che cerca in qualche modo di lavorare e che, molto probabilmente a causa della frustrazione e del pesante stress psico-fisico a cui è sottoposto, non riesce a gestire sia verbalmente che operativamente la grave situazione ed il numero dei pazienti, venendosi a creare una condizione di pericolo grave per la salute dei cittadini tutti. Non credo proprio sia il caso di lanciarci in imprecazioni contro medici ed infermieri, anche se il paziente ed i parenti che giustamente sono preoccupati della sua condizione di salute, si trovano spesso trattati con sufficienza se non con totale indifferenza, quasi fossero loro stessi il problema della struttura.

La situazione è molto grave ed è preludio al caos poiché il malumore che serpeggia fuori e dentro quel pronto soccorso è notevole. Se da una parte esistono delle condizioni invalidanti per i medici e gli infermieri che lavorano in quel luogo, dall’altra vi sono i pazienti che soffrono e sono potenzialmente in pericolo di vita a cui non interessa delle “giustificazioni” al disservizio (oserei dire: giustamente) e vedono nell’ospedale una sorta di “traditore” che non si cura affatto della loro salute (visione spesso confermata dalla stanca e malcelata mortificazione del personale sanitario che sfocia in un – spero - apparente menefreghismo).

Da cittadino onesto che paga le tasse pretendo (ed è nel mio pieno diritto) che il servizio pubblico ospedaliero funzioni correttamente e non mi interessa la promozione di attività sanitarie private a cui necessariamente si arriva data la penosa situazione.

Questa gravissima inefficienza è figlia di molti padri tra cui l’evidente incapacità gestionale e la totale mancanza di valori etici che hanno da sempre identificato la civiltà di un popolo. Vi sono sicuramente persone che dirigono queste strutture ed a cui va rivolta tutta l’attenzione possibile perché il sistema da loro gestito non funziona ed è addirittura divenuto un pericolo per tutti noi.

In una nazione che ha sopportato lo sfacelo di una pandemia, notare che nulla è cambiato, ma anzi peggiorato, nel proprio sistema sanitario è deprimente e porta ad amare considerazioni che ricadono nei maledetti vizi di questo “belpaese”.

Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.