Durante una riunione è stata lanciata l’espressione: “il titolo di studio presto non avrà più valore legale”. Pur non conoscendo l’evoluzione della normativa in merito (anche se mi appare un’enorme castroneria) il punto che mi ha colpito è quello per cui si era piuttosto soddisfatti dell’ipotetica questione, puntando il dito sul valore delle “competenze” che guideranno una professione piuttosto che il valore accademico. Non so a quali “capacità” si riferissero i fautori di cotanta rivoluzione dato che senza una profonda comprensione teorica dei meccanismi di base di una professione, le sbandierate “competenze” valgono poco o nulla.
Mi è apparso il solito italico “arrangiamento” per cui la persona “pratica”, ossia quella che riproduce fedelmente senza riflettere, valga di più rispetto chi si sacrifica anni ed anni dietro libri, esami ed applicazioni sul campo per svolgere al meglio ciò che ha deciso di perseguire.
Insomma, studiare serve a poco se si riesce a fare qualcosa di pratico che riproduca gli elementi di una professione.
Un atteggiamento, questo, che rende vano anche il sacrificio di Giordano Bruno che, nel momento più difficile, ebbe a dire: “Non so quando, ma so che in tanti siamo venuti in questo secolo per sviluppare arti e scienze, porre i semi della nuova cultura che fiorirà inattesa, improvvisa, proprio quando il potere si illuderà di aver vinto” e nel nostro momento storico-sociale il potere, di fatto, ha già vinto da tempo.
Al di là dei meccanismi, oserei dire ormai storici, per cui la “pigrizia mentale” rimane il punto nodale di tutto, è amaro constatare quanto si svenda la cultura a pro di pochi soldi e piccoli interessi borghesi personali. Poca serietà e scarsa professionalità sono il motivo di fondo di molti.
Ancora più difficile è il digerire quanto la cultura conti ormai poco e che l’accrescimento interiore e l’innalzamento da livelli infimi di “analfabetismo funzionale””, ossia la condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità (definizione UNESCO del 1984), siano appannaggio di pochi se non di nessuno.
Studiare, oggi, significa esclusivamente compiere un percorso (spesso considerato noioso ed inutile) che si svolge solo in giovane età dopo la quale è perfettamente superlfuo impegnarsi nello “spremer le meningi” ed è imperativo lavorare per guadagnare.
Intendiamoci: è ovvio che il lavoro è fondamentale e necessario, ma il materialismo ed il consumismo, condito da una sorta di “capitalismo della sorveglianza” dettato dai vari social media, ha permesso il perder di vista il valore etico che la cultura rappresenta per ognuno di noi. Un valore che impedirebbe ai tanti pagliacci di esistere e che smaschererebbe gli ipocriti, eliminando gli ignoranti dai posti sociali rilevanti, impedendo loro di fare ulteriori danni e lucrare sulla pelle altrui.
È altrettanto ovvio che un popolo ignorante è oltremodo semplice da ingannare e controllare e che l’ignorante teme chi usa la propria materia grigia per capire il mondo che lo circonda perché potrebbe esser scalzato da una posizione che ingiustamente riveste ed è per questo che si è insinuata, nel tessuto sociale, l’ideologia (buccia delle idee) per cui “l’uomo pratico” vale di più “dell’uomo pensante” e che per pochi soldi in tasca convenga mantenere uno “status quo” indegno di una civiltà.
“So di non sapere” è la frase detta da Socrate di fronte alla giuria che lo condannò a morte ed è un concetto fondamentale che esprime una critica accesa ai Sofisti, ossia a coloro che presupponevano di sapere (e ne erano intimamente convinti); sebbene questo spaccato di filosofia “for dummies” sia molto citato, il suo valore è altrettanto spesso dimenticato. La presa di coscienza della finitezza espressa da Socrate cozza violentemente contro i tuttologi odierni, ossia persone che suppongono di “saper tutto”, che hanno sempre qualcosa da dire su tutto e che i social media hanno esaltato facendo sì che questo fenomeno abbia raggiunto dimensioni impressionanti.
Il “non sapere” socratico è un punto di partenza verso più alte vette del valore umano, verso l’esplorazione degli sterminati territori della Conoscenza e non un “fine” per ammettere la propria ignoranza (ed esserne orgogliosi). Esser consapevoli di “non sapere” è l’invito implicito a conoscere e comprendere, ad imparare, per superare il mondo mediocre che un “conosciuto” nostrano ci pone di fronte. Chi crede (e ne è convinto) di sapere ogni cosa, spesso segue uno schema prestabilito: non studia, non sperimenta, non scopre, non si pone domande e rimane, per questo, fermo in una palude mentale che lentamente degrada ogni processo cognitivo. Vale, cioè, l’aforisma attribuito ad Oscar Wilde per cui “ci sono persone che sanno tutto e purtroppo è tutto quello che sanno “.
Le competenze tanto sbandierate ai quattro venti si basano proprio su questi principi e non sul “credere che ciò che si sa basti ad avanzi”; confondere le “competenze” con azioni ripetute da anni nello svolgere una professione senza chiedersi se queste siano o meno corrette o se quello che facciamo necessiti di un approfondimento ulteriore tramite un opportuno corso di studi, è pura follia.
Se si esalta la mediocrità, il mediocre sarà ciò che otterremo; è perfettamente inutile lamentarsi delle condizioni meschine in cui ci troviamo se noi stessi siamo i primi ad alimentarle.

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