Cerca nel blog

martedì 17 agosto 2021

Primum vivere, deinde philosophari

Uno dei meriti delle così dette “letture distopiche” è quello di portare all’attenzione del lettore alcuni temi sociali molto rilevanti quali la volontà del “pensiero unico”, la spietatezza dell’industria dell’intrattenimento (si pensi oggi ai vari “reality” con le situazioni proposte che si alternano tra l’utopia e lo squallore), la permanenza, sebbene in sordina, di una sorta di “classificazione sociale” ed altro. A partire da “1984” di Orwell, arrivando al “Signore delle mosche” di Golding, si assiste ad una denuncia (più o meno consapevole) del pericolo di una società assolutista ed all’attacco distruttivo che l’uomo quotidianamente fa nei confronti della natura; si legge, in buona sostanza, l’accusa nei confronti di una “democrazia” che, prima di fallire, diviene demagogia ed investe negativamente tutti i pieni dell’esistenza umana.

In un panorama così decadente, ovviamente anche l’informazione mass-mediatica fallisce il suo principio di libertà e resta compressa (forse addirittura “schiacciata”) tra le varie tensioni che possono assicurare un “buon titolo” per alzare il numero delle copie vendute oppure dei vari “mi piace” nei social network.

Nel periodo che tutti noi stiamo vivendo, poi, si assiste anche a disquisizioni filosofiche interessanti (alcune assai meno) sulla situazione sanitaria mondiale ed ognuno esprime il proprio pensiero sulla base di elementi spesso trovati a casaccio nei meandri della memoria o di una cultura personale (ahimé, spesso troppo accademica) che trova poca correlazione con la situazione reale per la quale occorre una praticità che, pur basandosi su profonda teoria, vive a stretto contatto con i numeri di una clinica impietosa.

È pertanto utile ricordare quello che due filosofi indiani (Sri Agamben e Maharishi Maesh Cacciaranda) scrissero al momento in cui si assisteva alla fine della campagna triennale di vaccinazione contro il vaiolo (che venne dichiarato “debellato” nel 1980 dall’OMS) in un momento in cui la popolazione mondiale affrontava una notevole crisi, sia economica che sociale.

Vi pregherei di leggere queste parole non tanto pensando all’utilità dei vaccini anti-CoViD19, quanto alla pericolosità di certe posizioni prive di fondamento che abilmente mescolano principi mistici con diritti umani per indurre l’idea di una condizione di “servitù” legata ad una forma di imperialismo che, in quel momento, assolutamente non giustifica la riflessione che risulta pertanto molto pericolosa. Se da una parte è comprensibile la preoccupazione del totalitarismo imperiale vissuto nel periodo di colonizzazione, dall’altra è totalmente fuori luogo quanto viene dichiarato tanto che il vaiolo (di cui viene messa in discussione la relativa epidemia !) è solo il “giusto pretesto” per un'altra forma di protesta che rischia di esser più dannosa del vaiolo stesso.

 “Di fronte alle frenetiche, irrazionali e del tutto immotivate misure di emergenza per una supposta epidemia dovuta al virus del vaiolo, occorre chiedersi perché i media e le autorità britanniche si adoperino per diffondere un clima di terrore, con gravi limitazioni dei movimenti e una sospensione del normale funzionamento delle condizioni di vita e di lavoro in intere regioni. La risposta è nella tendenza a usare lo stato di emergenza come paradigma normale di governo.

La quarantena con sorveglianza attiva fra gli individui che hanno avuto contatti stretti con casi confermati di vaiolo è una grave limitazione della libertà, e l’invenzione di un’epidemia offre il pretesto ideale per ampliare oltre ogni limite simili provvedimenti d’emergenza. Ma non ci sono state, come in altre occasioni, proteste e opposizioni, perché in un perverso circolo vizioso la limitazione della libertà imposta dagli inglesi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi inglesi che ora intervengono per soddisfarlo.

Che cosa è, però, una società che non ha altro valore che la sopravvivenza?

Che non crede più in nulla se non nella vita biologica da preservare come tale a qualsiasi prezzo? L’uomo è soltanto un essere di transizione. E la soglia che separa nell’uomo la vita biologica da quella sociale è un’astrazione che si incarna ogni volta in figure storiche concrete e politicamente determinate: lo schiavo, il barbaro, il capro espiatorio, l’uomo-lupo, i prigionieri dei campi di concentramento in Sud Africa durante la seconda guerra boera, i mille massacrati nei giardini di Jalliawala, i 20 milioni di indiani affamati a morte dall’impero britannico, e la vedova che si immola sulla pira del marito. Oggi, nella gestione dell’epidemia di vaiolo, il malato viene isolato; e il non vaccinato (che la propaganda imperialista vorrebbe far passare per “nemico della scienza”) può essere privato delle sue libertà, assoggettato a divieti e controlli di ogni specie.

Monitoraggio, quarantena e vaccino sono come il battesimo di una nuova religione, definiscono la figura rovesciata di quella che un tempo si chiamava cittadinanza. Battesimo non più indelebile, perché il neo-cittadino ne esibirà per sempre il certificato sotto forma di cicatrice sul braccio. Ogni regime dispotico ha sempre operato attraverso pratiche di discriminazione, all ’inizio magari contenute e poi dilaganti. Non a caso le colonie dell’impero spagnolo in America e nelle Filippine  dichiarano di voler continuare con tracciamenti e controlli anche al termine dell’epidemia di vaiolo. Nessuno invita a non vaccinarsi! Ma non si può tacere sul fatto che ci troviamo tuttora in una fase di “sperimentazione di massa” e che il dibattito scientifico è del tutto aperto. Lo stesso Edward Jenner ha dichiarato che non è possibile prevedere i danni a lungo termine del vaccino, non avendo avuto il tempo di effettuare tutti i test di tossicità. Una guerra con un nemico invisibile che può annidarsi in ciascun altro uomo è la più assurda delle guerre. È, in verità, una guerra civile. Il nemico non è fuori, è dentro di noi.”

Mala tempora currunt….. 

 


 


giovedì 12 agosto 2021

Breve storia distopica - La scimmia

“Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario.” 

(G. Orwell, “La fattoria degli animali”)

C’era una volta un paese dove vivevano assieme gatti, cani ed asini. Era un paese tranquillo ed i vari ruoli sociali venivano svolti senza bisogno di regole o norme, ma secondo il diritto naturale di esistere e di rispettare la vita altrui. I gatti, operosi e furbi (salvo l’immancabile pisolino pomeridiano) lavoravano assicurando al paese viveri e continuo rifornimento di acqua, il trasporto di tutto (comprese le missive postali per le famiglie) era affidato al tenace asino che, benché proverbialmente meno intelligente, era resistente e tenace. I cani servivano da guardiani nei confronti dell’esterno ed assicuravano una realtà tranquilla e collaboravano con gli asini per i lavori edili e di manutenzione del paese.

Ogni elemento era fondamentale per la vita serena della comunità e nessuno si sognava di pretendere un qualsiasi primato in qualche settore perché intimamente convinti che senza l’opera di uno, l’attività dell’altro era del tutto inutile. Non c’era bisogno di sanzioni od attività repressive perché erano tutti consapevoli che la realizzazione individuale secondo i propri talenti assicurava sia la felicità del singolo che della comunità. Certo se c’era da far di calcolo si ascoltavano attentamente i gatti, mentre se vi era da scegliere una strada più conveniente per trasportare le merci si prestava attenzione alla parola dell’asino; mai accadeva che l’asino protestasse per i conti del gatto perché, consapevole della sua incapacità nel calcolo, ragionava assieme al felino sui conti fatti e non di rado imparava sempre qualcosa di nuovo.

Una sera, al tramonto, in paese arrivò uno strano animale che attirò l’attenzione di tutti: aveva la coda ed ogni tanto stava bipede. Era arrivato, non si sa da dove, uno scimpanzé.

Il primate si integrò benissimo nella comunità, tanto da fungere da “jolly”: aiutava l’asino nel trasporto risparmiandogli un bel po' di fatica, collaborava con il gatto sia per i conti (che, sebbene non fossero il suo forte, esprimeva un’attenzione che affabulava l’interlocutore) e consigliava i cani sia sui lavori di manutenzione (che a volte nemmeno ne comprendeva l’utilità) che sulla linea di difesa del paese da mantenere.

Insomma, lo scimpanzé era qualcosa di indefinito che si infilava ovunque. Esperto in niente, mediocre in tutto. Un giorno un cane chiese alla scimmia da dove provenisse e quest’ultima raccontò di viaggi mirabolanti, di esperienze fantascientifiche e del contatto con culture avanzate e di un viaggio che, stranamente, lo aveva condotto sino a quel pacifico paese. Il cane rimase affascinato dall’eloquio del primate ed iniziò a seguirlo dappertutto, facendo domande ed iniziando a pensare che davvero quell’animale fosse una benedizione per tutto il paese.

Un giorno un asino si azzoppò ed un gatto, esperto in medicina, intervenne per cercare di curare l’animale steccando la zampa del quadrupede ferito. Il caso volle che una parte di quella “steccatura” si mosse (l’asino, in verità, continuò a lavorare anche se gli era stato consigliato del riposo… ma si sa: gli asini son fatti così) provocando dolore all’animale e la scimmia, notando in modo furbo il fatto e dopo aver fatto un lungo monologo sulle sue capacità di cura fondate sull’esperienza di vita (e non certo sui libri che il gatto-medico si era studiato), iniziò a manovrare a caso la medicazione che, per pura fortuna, si assestò alleviando di colpo il dolore dell’asino ferito.

Giubilo tra gli asini ! La scimmia divenne di colpo l’esperto indiscusso della medicina del paese e, benché poco ne sapesse, gli venne affidata la gestione sanitaria dell’intera comunità.

Dopo poco tempo dalla nuova carica affidata allo scimpanzé, accadde un diverbio tra un cane ed un gatto (il primo ribadiva che non si poteva uscire dopo il tramonto perché pericoloso mentre il secondo sosteneva che se non si recava a prendere dell’acqua a quell’ora, il paese avrebbe avuto un rifornimento insufficiente il giorno dopo). Solitamente queste cose si risolvevano spontaneamente (spesso il cane accompagnava il gatto nelle sue faccende, proteggendolo dai pericoli), ma quella volta lo scimpanzé intervenne e sostenne che i cani dovevano far rispettare leggi scritte in modo da impedire futuri diverbi. La proposta venne accettata solo che si doveva scegliere chi si assumesse la briga di scrivere le norme.

Lo scimpanzé immediatamente alzò la mano e, dopo un altro lungo apparentemente dotto monologo, dove magnificava la sua esperienza nel mondo esterno, decise le varie regole da imporre, suddividendo in classi tutta la popolazione del paese. Fu così che i cani, oltre a difendere la comunità dall’esterno, ringhiavano a spasso per il paese, dipendendo dalle decisioni della scimmia.

Da quel momento la situazione cambiò decisamente.

I gatti non erano più liberi né di far di conto, né di smerciare i viveri perché le regole imponevano “un equo scambio” di beni ed i conti dovevano esser supervisionati dalla scimmia. Dopo il tramonto nessuno poteva muoversi da casa perché sussisteva una condizione di “pericolo” imposta dalla scimmia e controllata dai cani che, nel frattempo, avevano ottenuto la libertà di mordere chiunque non rispettasse la norma imposta. Gli asini non capivano, non riuscivano più ad orientarsi nella comunità e menavano le loro decisioni operative tra i cani ed i gatti, spesso cadendo nel caos totale.

Fu così che, in tal modo, la scimmia prese il controllo anche degli asini decidendo dove dovessero passare e quale strada seguire.

Certo, qualcuno era dubbioso della scimmia: qualche gatto notava che i conti erano palesemente errati e più di un cane si rifiutava di mordere i paesani semplicemente perché passeggiavano dopo il tramonto (cosa peraltro abituale prima della comparsa della scimmia), ma i dubbiosi venivano immediatamente messi in secondo piano grazie a norme “ad hoc” emanate dalla scimmia stessa che, evidentemente, non gradiva le critiche (spesso giustificate).

Un giorno uggioso d’autunno, una malattia iniziò ad uccidere alcuni paesani con brutte pustole maleodoranti sul corpo e febbre molto alta. Subito venne chiesto alla scimmia cosa fare e questa, dopo un ennesimo lungo monologo fatto di luoghi comuni e “sentito dire” non si sa bene dove, disse che bastava lavare con dell’acqua fresca la pelle dei malati e tutto sarebbe scomparso. Alcuni gatti-medici si infuriarono ma erano troppo pochi per prevalere sulla comunità ormai prona alle decisioni della scimmia e la cura miracolosa venne accettata.

Poco prima di morire, l’ultimo cane guardò la scimmia e chiese dove avessero tutti sbagliato; la risposta del primate fu: “almeno c’ho provato… è così che va la vita !”.  La scimmia, mediocre ma astuta, evitava il contatto con tutti e si era chiusa in casa, salvando la pelle dal morbo letale. Si salvò un solo asino che, per lavoro, era stato fuori molto tempo a portare merci in un paese vicino ed al ritorno nel paese, ormai disabitato, cercò la scimmia che… era scomparsa nel nulla. L'asino decise di caricare di nuovo alcuni viveri e dirigersi in un paese limitrofo cercando riparo ed aiuto.

C’era una volta un paese dove maiali, cavalli e mucche vivevano in pace ed armonia, ognuno con il suo ruolo sociale e senza bisogno di regole alcune. Era un paese che scambiava merci, viveri e serenità con una comunità vicina composta da gatti, asini e cani. Un giorno, al tramonto, arrivò uno strano animale che attirò l’attenzione di tutti: aveva la coda ed ogni tanto stava bipede…

Ed io, asino, che sono arrivato sin qui dopo un lungo viaggio e sono riuscito a farmi accettare dalle mucche, adesso, devo iniziare di nuovo tutto da capo… 

 


 

 

giovedì 5 agosto 2021

La scienza del profitterol

Durante una trasmissione su di un canale televisivo, uno dei soliti “talk show” mattutini, è stata realizzata un’intervista che, sebbene banale nei contenuti, è risultata interessante nelle riflessioni che scaturisce.

Una nutrizionista (non so con quale titolo) ed un medico chirurgo specializzato in chirurgia estetica erano intervistati circa l’annoso problema del peso corporeo che, soprattutto dopo i vari “lockdown”, grava sulla società come una spada di Damocle che dondola sulle nostre teste. Di fronte a questo incredibile pericolo sociale (e dopo aver detto parecchie castronerie e luoghi comuni), ad un certo punto si invoca una “dieta non-dieta”, ossia ad una rilettura della nutrizione per cui il cibo ingerito in uno stato interiore sereno e pacato risulta meno dannoso (o quanto meno di pari valore) rispetto ad un’alimentazione equilibrata. A dimostrazione della qualità di tutto questo, la “nutrizionista” enuncia, poi, che la scienza ha ideato pure cibi incredibili come un profitterol che contiene più “fibre” di un’insalata.

Dopo questa dichiarazione, si nota giubilo e consenso in sala, lodando il fatto che, finalmente, la scienza si occupa di questi problemi e che, al di là del dubbio gusto al palato di questo cibo “scientifico” così elaborato, se la scienza lo dice…. vuol dire che è vero. A seguire poi i miti consigli del medico chirurgo estetico che invita tutti a “camminare” perché, oltre a far bene, rende le gambe “più belle”… lo dice sempre la scienza, per cui… guai a chi pone dubbi in merito !

In un film datato ma, ahimé, per certi versi profetico dal titolo “Idiocracy”, l’inizio della fine della “materia grigia” sociale avviene con l’attenzione scientifica totalmente tesa a migliorare le prestazioni sessuali maschili, letteralmente misurando l’erezione del povero scimpanzé chiuso in una gabbia, ignorando totalmente ciò che, invece, erano gli sviluppi necessari per evitare il degrado.

Qui, forse per l’orario in cui viene mandata in onda la trasmissione, non siamo di fronte ad una “animalesca capacità sessuale” ma ad un profitterol.

Interessante è notare come la scienza venga invocata a tutto titolo come fonte di certezza per queste baggianate (chiedo perdono per questo mio parere, del tutto personale) e come vi sia il plauso uniforme della platea. Altrettanto interessante è poi il notare come la stessa scienza sia considerata inutile, opinabile e spesso “malandrina” in altri frangenti, ossia quando il livello della discussione si fa più profondo e la famosa “università della vita”, la preparazione da “social network” o le opinioni da blog non riescono ad affrontare efficacemente tale livello di preparazione, dimostrando la totale incapacità di capire cosa si esprime.

Ecco che il “profitterol fibroso” diviene emblema di una superficialità comunicativa (forse necessaria) senza la quale non si ha “auditel”, ossia non si attira l’attenzione della massa che si suppone (ahimé) navighi nella mediocrità esistenziale e che alterni il divenire virologo ad essere allenatore di calcio con la stessa velocità con cui si diviene esperti di immunologia o di oncologia leggendo un articolo di un settimanale gossip o vedendo un’intervista di uno dei tanti “esperti” prezzolati che navigano in televisione, alla ricerca di riflettori (ottenuti grazie alla pandemia).

Il prodotto di tutto questo è il caos totale ed il menar sé stessi verso una sponda piuttosto che un’altra.

Purtroppo, determinate materie, per esser comprese e “digerite”, vogliono anni di studi e sacrifici ed in certi frangenti sparare stupidaggini, magari non comprendendo cosa è scritto in un articolo “scientifico”, è molto, molto facile. Si assiste così a dotte disquisizioni su virus e vaccini basate su commenti ed opinioni (per lo più stolte) lette sui social network od a soluzioni terapeutiche varie (che nella realtà sono molto complicate anche per chi veramente lavora nel settore) che rappresenterebbero la panacea di tutti i mali. Se disgraziatamente, poi, i veri “esperti” cercano di spiegare la falsità di tante fallaci dichiarazioni, si assiste ad un proverbiale “apriti cielo e spalancati terra” fatto di accuse idiote e giustificazioni folli (del tipo: “l’ho letto su Facebook da parte del dottor Pinco Pallo che l’ha scritto a sua cugina la quale ha avuto il coraggio di andare contro il sistema nazi-sanitario”).

Si invocano, poi, rimedi indiani, cure alternative (a volte “troppo” alternative), soluzioni di bicarbonato e limone, ascorbati di potassio vari, energie delle stelle, valori terapeutici dei simboli druidici, complotti rettiliani ed altro che, sebbene facciano sorridere, in determinate situazioni sono elementi molto pericolosi. Tempo addietro, mentre studiavo per gli esami universitari (ahimé, ho fatto questo errore per ben due volte! Che imbecille….) lessi di tale Alfred Russell Wallace, gallese di origine e naturalista, che, durante una sua permanenza nel Borneo, scrisse nel 1855 il saggio “Sulla legge che ha regolato l'introduzione di nuove specie” preludendo poi ad un’intuizione parallela a quella di Charles Darwin sulla “selezione naturale” che scrisse in un articolo che inviò a quest’ultimo nel 1858 (“On the Tendency of Varieties to Depart Indefinitely From the Original Type”). In tale concetto, Wallace paradossalmente era più “darwinista” di Darwin stesso ed era molto netto: il più forte sopravvive. Ora, Wallace era infuso di un Creazionismo che permeava la società in quei tempi, tanto che scrisse: “l'evoluzione umana si inseriva in una concezione finalistica, volta alla creazione da parte di un Essere Superiore di una futura razza umana perfetta” rendendo evidente quanto la sua selezione naturale rispondesse, in verità, ad esigenze a sua detta “superiori”, ma la dichiarazione spaventò, in un certo senso, il nostro Darwin che si preoccupò della paternità della sua intuizione.

Probabilmente il senso di imbecillità latente che vaga a livello mass-mediatico in un certo senso funge da “pressione selettiva” e tende a distinguere il “più adatto” (Darwin docet), ma non vorrei che, in questo momento particolare, fungesse da elemento distintivo per il “più forte” (secondo la visione di Wallace) imprimendo un’accelerazione nel distinguo tra il cretino ed il non-cretino, mettendo alla prova il primo e salvaguardando il secondo.

Non amo le posizioni nette (come, del resto, non le ama la Scienza), ma a volte temo che prevenire sia meglio che curare e che certe stupidaggini vadano bloccate sul nascere. Una volta questo avveniva nel bar sotto casa o di paese, adesso avviene sulle bacheche dei social network dove identificare l’idiota è sempre più difficile perché alla base del suo ragionamento vi sono molti scritti e ragionamenti di altri idioti che, così facendo, minano il raziocinio necessario per discutere serenamente su questioni delicate ed importanti, cercando di capire cosa accade e come sta accadendo ed alimentando una sorta di “classismo” alquanto pericoloso. Certo, non è solo un titolo di studio che assicura la bontà di certe dichiarazioni (ricordo che nella massa esiste sempre sia il “furbo opportunista” che l’imbecille), ma rappresenta almeno una base da cui partire per discutere su questioni delicate che prevedono approfondimenti piuttosto complessi ed una preparazione almeno teorica piuttosto forte. In questo caso, purtroppo, non è veritiero il detto “uno vale uno”, ossia la mia opinione vale quanto la tua, sia perché le opinioni, per definizione, possono esser distorte, sia perché in determinati temi occorre esser preparati (a volte molto preparati). Il grande fisico Stephen Hawking disse: “il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, ma l’illusione della conoscenza” e nessuna frase fu più attuale di questa.

In alternativa, però, possiamo sempre farci un bel profitterol alla crusca…