Vi
racconto una storia.
Sì,
una storia che potrebbe esser rappresentata su di un palco di teatro o tramite
cortometraggi a volte connessi tra loro ed a volte distanti; una sorta di
rapsodia di vite che si intrecciano, si toccano per poi allontanarsi di nuovo,
sempre mantenendo una sorta di “energia sottile” che le connette oltre lo
spazio ed il tempo.
È
la storia di due amici, di due grandi amici: Pablo ed André.
Tutto
inizia in una piovosa Parigi un po' bohémien dove, d’inverno, complice un
freddo piuttosto pungente, ci si può rifugiare in un pub od una vineria e
rilassarsi a dispetto della serata uggiosa.
È
una serata strana, particolare, dove l’aria sembra quasi elettrica e la pioggia
pare lavar via non solo la polvere delle strade ma anche le emozioni e le
sensazioni che spesso si appiccicano addosso senza chiedere il permesso.
Forse
era proprio questo effetto che Pablo cercava in quella sera che ormai volgeva a
notte fonda; vagava barcollante per i viottoli della dolce “ville lumiere”
nella speranza che la pioggia e l’alcool strappassero di dosso quel dolore
sordo che da tempo, ormai, lo attanagliava.
Da
molti giudicato un brillante e promettente studioso, Pablo si era ridotto ad un’ombra
che vagava per i viottoli della città, cercando ogni tanto un posto dove
sedersi perché i fumi dell’whiskey imponevano lui un momentaneo stop.
Quel
cervello che prima macinava dati e analizzava logiche chimiche in modo del
tutto innovativo e brillante, adesso si era totalmente bloccato su di un’immagine
che, lentamente ma inesorabilmente, trascinava la sua vita verso gli inferi
della disperazione.
Così,
all’ennesimo viottolo e sotto una pioggia battente, Pablo gridò qualcosa di incomprensibile
e gettò d’istinto la bottiglia contro un muro, rompendola in mille pezzi e
spargendo il contenuto alcolico in una pozza d’acqua, diluendo così il demone
della sua mente.
Complice
un’improvvisa stanchezza, le gambe cedettero alla zavorra del malessere ed un
muretto lì vicino gli permise un attimo di tregua. Il momento fu intenso: un
pianto dirotto con le mani che tenevano il capo e lo sguardo fisso a terra non
gli fecero render conto che dietro quel muretto vi era una porta di servizio di
un qualche locale, ma ormai poco importava.
André
era un brillante attore di teatro che si era dato alla composizione ed alla
coreografia, fine e sensibile letterato aveva scelto Parigi come luogo ideale
per cercare la realizzazione dei suoi sogni, anche se in quel momento le uniche
entrate venivano dal lavoro in un pub dove spillava birra e serviva vino. Era fuggito
da sé stesso per molto tempo e tentava, in quel momento, di recuperare il tempo
perduto anche se non riusciva a staccarsi dagli stereotipi di una famiglia che
lo voleva “sconfitto” a sé stesso: pretendeva che un’aquila diventasse un
passerotto.
“Ricordati
che devi guadagnare”, “Più soldi hai meglio te la passi, poco importa quello
che fai” erano le frasi che si sentiva ripetere da sempre, vittima della
mediocrità imperante. Per un po' di tempo ci credette pure lui, poi il daimon
interiore, il suo destino, iniziò ad urlare e lo bloccò con attacchi di ansia
spaventosi. Così decise per il viaggio: Argentina (dove incontrò l’amore),
Spagna, Germania, Polonia (dove conobbe l’Arte del Teatro Povero) sino a fermarsi
a Parigi, con un lavoro che lui aveva sempre giudicato temporaneo ma che
sembrava, in realtà, non concedesse nessuna possibilità di esserlo.
Quella
sera André stava finendo il suo turno ed era tardi come al solito, era quell’ora
in cui si è al culmine della notte e dove inizia a far capolino un flebile segno
dell’alba.
Stava
per gettar via l’immondizia nel vicolo retrostante il pub quando sentì un
rumore improvviso di vetri rotti seguito da una sorta di grido soffocato.
Mollò
d’istinto il bidone della spazzatura e corse fuori. Sotto la pioggia battente
scorse la figura di un uomo seduto sul muretto davanti la porta di servizio
che, con la testa tra le mani, singhiozzava senza tregua.
Si
avvicinò piano a quell’uomo e, ponendo una mano sulla spalla, disse quasi
sottovoce: “Tutto a posto ?”. Pensò subito che fosse una domanda idiota, ma
quella situazione lo aveva letteralmente spiazzato: da molte notti portava la
spazzatura nel vicolo e si fermava, solo, a fumarsi una sigaretta senza che
niente e nessuno interrompesse quell’abitudine di fine lavoro.
“Nulla
va più come deve andare, amico mio” fu la risposta di quell’uomo “nulla ha più
un senso”.
André,
senza nemmeno chiedersi cosa fosse giusto fare, si sedette accanto, in
silenzio, mantenendo la sua mano destra sulla spalla sinistra di quell’uomo.
Iniziò
tutto così: un caffè ristoratore nel pub, una chiaccherata che, inaspettatamente
per entrambi, si rivelò molto piacevole ed interessante e la condivisione dei
reciproci sogni.
Le
Amicizie, quelle vere, iniziano così: senza una logica lineare, senza pregiudizi,
prive di stereotipi e scevre dal giudizio… e spesso con un banale caffè.
Questo
accadeva ben quindici anni fa… ed ora ?!
Chissà…..

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