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martedì 30 giugno 2020

Pablo ed André


Vi racconto una storia.
Sì, una storia che potrebbe esser rappresentata su di un palco di teatro o tramite cortometraggi a volte connessi tra loro ed a volte distanti; una sorta di rapsodia di vite che si intrecciano, si toccano per poi allontanarsi di nuovo, sempre mantenendo una sorta di “energia sottile” che le connette oltre lo spazio ed il tempo.
È la storia di due amici, di due grandi amici: Pablo ed André.
Tutto inizia in una piovosa Parigi un po' bohémien dove, d’inverno, complice un freddo piuttosto pungente, ci si può rifugiare in un pub od una vineria e rilassarsi a dispetto della serata uggiosa.
È una serata strana, particolare, dove l’aria sembra quasi elettrica e la pioggia pare lavar via non solo la polvere delle strade ma anche le emozioni e le sensazioni che spesso si appiccicano addosso senza chiedere il permesso.
Forse era proprio questo effetto che Pablo cercava in quella sera che ormai volgeva a notte fonda; vagava barcollante per i viottoli della dolce “ville lumiere” nella speranza che la pioggia e l’alcool strappassero di dosso quel dolore sordo che da tempo, ormai, lo attanagliava.
Da molti giudicato un brillante e promettente studioso, Pablo si era ridotto ad un’ombra che vagava per i viottoli della città, cercando ogni tanto un posto dove sedersi perché i fumi dell’whiskey imponevano lui un momentaneo stop.
Quel cervello che prima macinava dati e analizzava logiche chimiche in modo del tutto innovativo e brillante, adesso si era totalmente bloccato su di un’immagine che, lentamente ma inesorabilmente, trascinava la sua vita verso gli inferi della disperazione.
Così, all’ennesimo viottolo e sotto una pioggia battente, Pablo gridò qualcosa di incomprensibile e gettò d’istinto la bottiglia contro un muro, rompendola in mille pezzi e spargendo il contenuto alcolico in una pozza d’acqua, diluendo così il demone della sua mente.
Complice un’improvvisa stanchezza, le gambe cedettero alla zavorra del malessere ed un muretto lì vicino gli permise un attimo di tregua. Il momento fu intenso: un pianto dirotto con le mani che tenevano il capo e lo sguardo fisso a terra non gli fecero render conto che dietro quel muretto vi era una porta di servizio di un qualche locale, ma ormai poco importava.
André era un brillante attore di teatro che si era dato alla composizione ed alla coreografia, fine e sensibile letterato aveva scelto Parigi come luogo ideale per cercare la realizzazione dei suoi sogni, anche se in quel momento le uniche entrate venivano dal lavoro in un pub dove spillava birra e serviva vino. Era fuggito da sé stesso per molto tempo e tentava, in quel momento, di recuperare il tempo perduto anche se non riusciva a staccarsi dagli stereotipi di una famiglia che lo voleva “sconfitto” a sé stesso: pretendeva che un’aquila diventasse un passerotto.
“Ricordati che devi guadagnare”, “Più soldi hai meglio te la passi, poco importa quello che fai” erano le frasi che si sentiva ripetere da sempre, vittima della mediocrità imperante. Per un po' di tempo ci credette pure lui, poi il daimon interiore, il suo destino, iniziò ad urlare e lo bloccò con attacchi di ansia spaventosi. Così decise per il viaggio: Argentina (dove incontrò l’amore), Spagna, Germania, Polonia (dove conobbe l’Arte del Teatro Povero) sino a fermarsi a Parigi, con un lavoro che lui aveva sempre giudicato temporaneo ma che sembrava, in realtà, non concedesse nessuna possibilità di esserlo.
Quella sera André stava finendo il suo turno ed era tardi come al solito, era quell’ora in cui si è al culmine della notte e dove inizia a far capolino un flebile segno dell’alba.
Stava per gettar via l’immondizia nel vicolo retrostante il pub quando sentì un rumore improvviso di vetri rotti seguito da una sorta di grido soffocato.
Mollò d’istinto il bidone della spazzatura e corse fuori. Sotto la pioggia battente scorse la figura di un uomo seduto sul muretto davanti la porta di servizio che, con la testa tra le mani, singhiozzava senza tregua.
Si avvicinò piano a quell’uomo e, ponendo una mano sulla spalla, disse quasi sottovoce: “Tutto a posto ?”. Pensò subito che fosse una domanda idiota, ma quella situazione lo aveva letteralmente spiazzato: da molte notti portava la spazzatura nel vicolo e si fermava, solo, a fumarsi una sigaretta senza che niente e nessuno interrompesse quell’abitudine di fine lavoro.
“Nulla va più come deve andare, amico mio” fu la risposta di quell’uomo “nulla ha più un senso”.
André, senza nemmeno chiedersi cosa fosse giusto fare, si sedette accanto, in silenzio, mantenendo la sua mano destra sulla spalla sinistra di quell’uomo.
Iniziò tutto così: un caffè ristoratore nel pub, una chiaccherata che, inaspettatamente per entrambi, si rivelò molto piacevole ed interessante e la condivisione dei reciproci sogni.
Le Amicizie, quelle vere, iniziano così: senza una logica lineare, senza pregiudizi, prive di stereotipi e scevre dal giudizio… e spesso con un banale caffè.
Questo accadeva ben quindici anni fa… ed ora ?!
Chissà…..


lunedì 29 giugno 2020

Che i cialtroni facciano un passo indetro !


cialtróne s. m. (f. -a) [etimo incerto]. – Persona volgare e spregevole, arrogante e poco seria, trasandata nell’operare, priva di serietà e correttezza nei rapporti personali, o che manca di parola nei rapporti di lavoro. Anche, con sign. attenuato, persona sciatta nel vestire e nel portamento, o che nel lavoro sia solita fare le cose in fretta e senza attenzione. Dim. cialtroncèllo; pegg. cialtronàccio.
(definizione tratta da Treccani.it)

In questo periodo post emergenza CoViD-19, una pandemia che ha bloccato economicamente (e non solo) un intero paese che ha adesso un’impellente necessità di riprendere la propria attività lavorativa e non, ci si aspetterebbe uno sforzo congiunto di istituzioni e popolo che, mettendo in campo le proprie competenze con sacrifici da entrambi le parti, remano assieme per uscire dalla tempesta che tutt’ora sta violentemente sbattendo qua e là la nostra imbarcazione.
Quello che una persona civile si attende è che, oltre agli slogan altisonanti ed a “stati generali” convocati in ville seicentesche (perché non in Parlamento, sede naturale delle discussioni in democrazia ?), vi sia una immediata strutturazione dei servizi che regolano la vita economica del cittadino e che dovrebbero assicurare una sorta di “tenuta” dello stato sociale che non sia esclusivamente la riscossione dei tributi, ma anche una semplificazione delle richieste amministrative che in questo momento caotico risulta fondamentale.
Tra i vari decreti che il Presidente del Consiglio ha emesso (l’ultimo di oltre duecento pagine) che sono ostici anche per il più esperto dei commercialisti, dovrebbe almeno emergere la volontà di semplificare ed aiutare la persona onesta che ha necessità di chiarire la propria situazione economica onde cercare di far ripartire sia il lavoro che la propria esistenza nonostante le inevitabili difficoltà sopraggiunte in questo difficile momento storico.
La “macchina” statale, con tutte le sue agenzie, dovrebbero esser coordinate e garantire un servizio di assistenza ottimale perché gestito da personale competente ed in grado di affrontare un’emergenza ormai ben delineata.
D’altronde abbiamo già assistito al “default” di un sistema sanitario nazionale già deturpato da vili tagli e palese disorganizzazione che ha peggiorato l’assistenza nel caso di questa epidemia globale, mettendo sotto incredibile stress e pericolo di vita sia gli operatori che i pazienti; con questo non intendo dire che ciò che è accaduto sia colpa del sistema sanitario, ma che lo sciame virale che ha interessato il nostro paese (come altri) ha trovato di fronte a sé una struttura sanitaria già in forte crisi e questo, di certo, non ha migliorato le cose.
Stupidamente (lo so: sono un babbeo) ho creduto che qualcosa si dovesse imparare da questa esperienza, che tutti noi si potesse riflettere sulla nostra vita e sul fallimento del sistema consumistico e capitalistico e che, alla fine, il recupero del senso etico in qualsiasi frangente della nostra esistenza fosse il faro verso cui rivolgersi. Niente di tutto questo sta accadendo ma, anzi, sembra che molte sfaccettature negative che ci hanno contraddistinto sin’oggi siano sempre più evidenti.
Uno dei tanti motivi perché questo avviene, a mio modesto parere, è la forte dose di incapacità ed incompetenza che la struttura organizzativa del nostro paese mostra dove la mediocrità e la faciloneria sono divenuti vessillo di normalità tanto che sia la “politica” (virgolette d’obbligo) che una certa parte di imprenditoria legata a carrozzoni che, fino a poco tempo addietro, “stavano in piedi da sé”.
Il problema grave è quando chi deve assicurare un servizio fondamentale non riesce a farlo per “motivi tecnici” che, di solito, nascondono incapacità.
È il caso dell’Agenzia delle Entrate che ho potuto constatare di persona nel banale servizio di “assistenza tecnica” per recuperare un “account” a cui non si riesce più accedere e tramite il quale ognuno può consultare il proprio “cassetto fiscale”.
Dato che non vi è un indirizzo email a cui scrivere per esporre il problema, la via preferenziale è quella di telefonare ad un numero indicato sul sito dell’assistenza: ho provato per circa un’ora con niente di fatto. Ho solo sperimentato un'impossibilità di contatto sino ad un "i nostri operatori sono tutti occupati, richiami più tardi": non è un centralino dell'enalotto, ma una struttura che non si può permettere il solo contatto telefonico con buona pace della "digitalizzazione".
Possiamo immaginare il “surplus” che l’agenzia in questione si trova ad affrontare e le difficoltà nell’operare, ma tutto questo era supponibile già mesi addietro ed è inconcepibile che una struttura dello stato non sia attrezzata per affrontare un’emergenza del genere (soprattutto quando il tutto era prevedibile da mesi). Se penso ai tanti facili proclami ed alle “estemporanee soluzioni” che la politica ha annunciato, mi viene in mente la definizione riportata in incipit a questo articolo: cialtroneria.
Uno stato come l’Italia, già complicato da anni ed anni di caos amministrativo, non può adesso permettersi di affidarsi a cialtroni, così come non può permettere che il popolo stesso divenga a sua volta invaso da una mediocrità che risulta pericolosa perché sdogana l’idea che la faciloneria, l’ignoranza e l’incompetenza sia una media accettabile e necessaria mentre è solo un disastro globale.
Il sistema educativo di questo paese è stato sistematicamente distrutto lasciando zone di buio totale sulla consapevolezza civica del cittadino e permettendo una totale “incapacità intellettiva” nel riflettere sullo stato comune, permettendo solo istintivi impulsi che partono dalla “pancia” di ognuno e non dal cervello.
È ora che i cialtroni facciano un passo indietro, anche se questo significa azzerare certe realtà, istituzionali e non.