Questo periodo un po’ “strambo” tra coronavirus, quarantene
e follie collettive da film apocalittico (come svuotare completamente scaffali
di supermercati neanche fosse vicina una guerra termonucleare o prendere
d’assalto le farmacie per comperare farmaci che, nella maggioranza dei casi,
nemmeno verranno usati), non mi sono risparmiato l’avventura del cambio di
residenza dello smaltimento dei rifiuti a domicilio.
Ebbene, vi garantisco che, in alcuni momenti di questa
mattina un po’ nebbiosa, ho pensato che il povero coronavirus, quando si
renderà conto dell’ospite che sta infettando, si auto-terminerà da solo perché
convinto che non sia proprio il caso di prender residenza in organismi cotanto
confusi e rimbecilliti.
Dopo ben tre telefonate all’ufficio informazioni (numero
dedicato ai clienti) dell’agenzia municipalizzata che si occupa dello
smaltimento rifiuti, scopro che le pratiche possono esser inviate anche tramite
la ormai famosa PEC (posta certificata che ha valore legale) con l’intento di
sbrigare più velocemente le pratiche.
Bene ! Siamo a cavallo ! Per chi, come molti di noi,
lavorano, significa non perder tempo in spostamenti e permessi vari. Così,
armato di buona volontà e con un sorriso al limite tra l’ebete ed il
compiaciuto, telefono di nuovo per assicurarmi di aver letto bene sul sito
dell’azienda.
“Beh, sì…. Ma sa…. Qui la si legge in ritardo quella posta….
Insomma… sarebbe bene venisse di persona !” questa la risposta delle cortese
centralinista che infrange tutti i miei sogni di gloria.
Pur non comprendendo il senso della frase (la PEC ha valore
legale e, dato che si scrive ad un’azienda municipalizzata, come si può “tranquillamente”
trascurare il mezzo digitale ?) mi dico: “va bene, significa che lo sportello è
talmente efficiente che riesce a smaltire le pratiche di persona e forse
elargisce anche consigli od aiuta l’utente”.
Così, questa mattina, caricati i bidoni della raccolta
differenziata in auto e armato di tutta la pratica già compilata con contratti
annessi, mi reco verso l’ufficio apposito che d’ora in poi, in onore al periodo
“virale”, chiamerò Umbrella Corporation (dal famoso gioco e poi film “Resident
Evil”).
La sede amministrativa dell’Umbrella Corp. è ovviamente
collocata dietro una serie di palazzi perché lì si svolgono delicate operazioni
di ricombinazione genetica e, appena arrivato, mi rendo conto immediatamente di
quanto fervore vi sia poiché davanti a me si spalancano interi magazzini ricchi
di residui di esperimenti (Umani ? Animali ?) che vengono portati via dai
camion blindati con tanto di cassone su cui è impresso l’ombrello rosso,
simbolo dell’azienda. Il fetore si sente parecchio, ma si sa: è un ambiente
molto “particolare” anche se mi chiedo perché abbiano messo gli uffici proprio
lì. La risposta, però, arriva subito alla mente: siamo tutti cavie della
Umbrella !
Non riesco, in prima battuta, ad individuare dove poter
entrare per svolgere la mia pratica, dato che un piccolo avamposto ed una
sbarra ben difesa impediscono la visuale, ma con un po’ di coraggio in corpo
riesco a passare da un piccolo pertugio ricavato da una recinzione murale
alquanto cadente ed entro.
Immediatamente mi rendo conto che quella del cambio di
residenza, di fatto, è un’ingegnosa trappola orchestrata dalla Umbrella per
ottenere cavie e, ahimé, anche io sono finito in mezzo alla massa di umani
ammassati davanti una piccola entrata laterale. Tutti abbiamo in mano un
foglio, un plico od una bolletta e giriamo a vuoto nel piccolo piazzale
adiacente.
In molti, si percepisce alla vista, la Umbrella deve già
aver effettuato qualche sorta di esperimento: occhi sbarrati, continui sbuffii,
imprecazioni. Alcuni si muovono anche più lentamente del dovuto mentre altri,
forse perché anziani, continuano a ripetere quasi in un disgraziato mantra un
“non ho capito un cazzo” che risuona nel cortile.
Alcuni iniziano a manifestare segni evidenti di una
patologia forse legata alla rabbia animale e qui mi sorge il dubbio che
veramente la Umbrella abbia inoculato qualche sistema virale senza che noi
nemmeno ce ne siamo resi conto e temo che alcuni si trasformeranno molto
velocemente.
Inizio a guardarmi attorno ed una signora, forse
infreddolita, gentilmente mi indica una sorta di “totem” da cui prendere un
biglietto con segnato un codice. A me tocca “T32”.
Cerco di capire dove poter constatare a che punto sono della
fila e, dopo esser passato a spintoni in un corridoio molto stretto, riesco a
scorgere un monitor ed a vedere i codici segnati sopra che indicano il turno
“servito”: siamo a “T8”.
Appena riesco ad uscire dalla stanza delle cavie pronte “al
servizio”, una voce imperiosa, da dietro, urla: “erre ventiiiiiiiii erre
ventiiiiiiiiiiiiiiii, non c’è erre ventiiiiiiiiiii ?”.
“R20” ? Acc….. quanti esperimenti fanno qui ?
Dopo aver urlato (ed un po’ imprecato a labbra strette),
l’impiegata della Umbrella torna in un piccolo “casottino” di cemento
dentro cui è chiuso un signore che, da circa 40 minuti, sta continuando a
scrivere su di un foglio: secondo me è il testamento… se l’esperimento va male…
Cerchiamo tutti di distrarci (ormai consapevoli del
madornale errore che può trasformarci in zombie) e passa così circa un’ora e
mezzo.
In tre decidiamo, impavidi, di affrontare di nuovo il
corridoio stretto per guardare quel maledetto monitor… siamo a “T10” ! Se mi va
bene faranno esperimenti su di me verso mezzanotte !
Prendo coraggio e decido di fuggire; alcune delle cavie
umane mi aiutano nel coprirmi le spalle, evito la signora del casottino (non si
sa mai, che non abbia a gridare “ti trentadueeeeeeeee”), non mi faccio vedere
dagli autisti dei blindati della Umbrella e riesco evidentemente a raggirare la
cospicua sorveglianza armata. Sono fuori ! Salvo !
Ecco, credo fermamente che, in questo caso, il coronavirus
sia veramente una bazzecola rispetto l’entrare in certi ambienti.
Manderò la famosa PEC e l’Umbrella non mi avrà mai ! Anche
se un’epidemia di diarrea diffusa in certi uffici l’ho veramente sperata.
