In questo difficile periodo, sempre più spesso si leggono
elogi (più o meno giustificati) ad una presunta saggezza popolare che vede nel
ritorno alla vita contadina ed alla “frugalità” dei tempi passati come soluzione
a molti dei problemi che oggi troviamo di fronte.
Così ci si illude (ed è una bellissima utopia) che la Conoscenza
passi per questo retrocedere a costumi ormai andati che risultano poi
totalmente anacronistici.
Certo, la Natura ed il vivere in armonia con essa è, forse,
il rimedio di molti dei mali psicologici attuali, ma inneggiare al ritorno ad
una civiltà contadina è pura follia. Al di là del lato economico (ahimé, ormai
è molto difficile vivere del “frutto della terra” a meno di non essere titolari
o lavorare per una grande azienda), si tende a dimenticare quanto in verità
fossero difficili quei momenti dove la scolarizzazione era molto bassa e la
lunghezza della vita media, inferiore a quella attuale.
Insomma, di certo non biasimo chi lavora la terra e lo fa
con amore e dedizione (anzi, spero che chi veramente senta di dedicare la
propria vita in quel senso lo faccia per il bene di tutti), ma nemmeno mi sento
di inneggiare a periodi in cui era molto difficile vivere e ancor più
complicato il cercare di assicurare un barlume di istruzione ai propri figli.
Vi è indubbia poesia nel cogliere l’armonia del vento tra le
fronde di un albero o l’attendere il frutto del proprio lavoro assecondando il
passare delle stagioni, ma senza un supporto culturale od uno slancio intellettuale
verso una comprensione maggiore delle Leggi che regolano la Natura stessa o la
Filosofia che anima la vita (e il conseguente studio di coloro che hanno
illuminato la vita interiore dell’uomo), tale poesia resta inespressa o,
comunque, male interpretata, relegata nei pochi istanti di vita in cui il
lavoro contadino si ferma e permette all’uomo una difficile riflessione su sé
stesso.
Oggi, in verità, abbiamo bisogno di più scienziati, di
insegnanti preparati, di scuole ed università più efficienti e non di tornare su
percorsi ormai passati che, sebbene affascinanti, tendono alla regressione e non
all’evoluzione.
Personalmente mi trovo a disagio quando leggo, in più fonti,
che sarebbe meglio “lasciar perdere e tornare indietro” perché, in tal modo, si
nega qualsiasi progresso che l’uomo ha compiuto grazie ad uno sforzo a cui
molti hanno dedicato un’esistenza intera.
Nei tempi passati le cure erano inefficaci e si moriva
spesso di patologie di cui nemmeno si osava dire il nome per una sorta di
scaramanzia (ci si riferiva al cancro con il termine “malaccio” od anche “uno
di quelli”) e quando si era colpiti restavano le preghiere al buon Dio e
qualche terapia palliativa. La capacità di riflettere sul mondo e sul proprio
ruolo (e conseguentemente sul Senso della propria esistenza) certo è aiutata
dal contatto con la Natura, ma le armi più incisive sono date dallo studio e
dall’applicazione dello stesso nella realtà oggettuale prima e soggettiva poi.
Una volta, nei paesini di campagna, le abitazioni avevano un’entrata
riservata al medico poiché egli rappresentava una persona “importante” e colta
che, in molti casi, risolveva un problema a cui nessuno poteva avvicinarsi; la
stessa cosa valeva per il parroco che, avendo studiato in seminario, sapeva “parlar
bene” e, grazie all’aura divina, indirizzare sia la morale che il comportamento
delle persone. Poi successivamente anche il farmacista ebbe il suo attimo di
gloria poiché dispensatore di pillole miracolose che aiutavano (o tentavano di
farlo) il poveraccio che si ammalava.
L’insegnante, infine, era visto come qualcuno di importante
perché, avendo anch’egli studiato, poteva appunto “insegnare” almeno il minimo
sufficiente per scrivere correttamente una lettera o leggere un libro.
Le cose, grazie al cielo, sono cambiate e, sebbene alcuni canoni
vadano rivalutati (il rispetto per l’insegnante o il ritorno del medico a
seguire il proprio paziente), ricordiamoci che la maggiore “culturizzazione” ha
portato ad una più grande indipendenza di pensiero e di scelta; ad una più
incisiva capacità di scegliere il proprio destino e la propria via senza
lasciarsi condizionare da credenze o da false ipotesi ammantate da una pseudoscientificità
(molto tempo addietro, ossia circa trent’anni fa, ricordo un prete che
continuava a dire che gli spermatozoi sopravvivevano anche dopo l’eiaculazione
e che, se durante un rapporto sessuale finivano negli indumenti, potevano risalire
sino agli organi genitali e ingravidare la malcapitata… i famosi “spermatozoi
scalatori”… sembra una barzelletta, ma questo signore era molto seguito e
diversi giovani, che reputavo imbecilli, si radunavano a sentire questi
sproloqui).
Il ritorno alla Natura, ad una maggiore attenzione a ciò che
la nostra Terra possiede ed offre, rispettandola, è fondamentale e necessario,
ma il retrocedere in una posizione che a dir poco appare ridicola è molto
pericoloso.

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