Leo Buscaglia, famoso pedagogista statunitense, scrisse: “Stima
te stesso. Gli unici che apprezzano uno zerbino sono quelli con le scarpe
sporche” ed in questa frase, semplice ma diretta, credo si possa riassumere
la base fondamentale dell’autostima.
È spesso inevitabile, nel percorso della nostra vita, il cedere
sotto i colpi di un processo di svalutazione del Sé che, magari
involontariamente, subiamo grazie a stimoli non certo positivi: a volte la
famiglia di origine oppure l’ambiente di lavoro (od altre relazioni sociali ed
educative), minano il processo di stima personale.
Se chi subisce tali “spinte involutive” non riesce a
bilanciare ed a mediare il proprio senso di esistere con l’ambiente
circostante, il risultato può essere disastroso, per sé e per chi circonda la
persona che vive tra i marosi del momento.
Accade, pertanto, che chi cede alla pressione della
svalutazione personale (che può anche esser auto-alimentata), divenga un po’ come
i bambini che vengono accuditi e protetti eccessivamente e che non possono sviluppare
mai una buona indipendenza, senza sperimentare il rischio di uscire dal nucleo
familiare: da adulti si manifesta la forte insicurezza e la difficoltà ad
allontanarsi dalle persone di riferimento.
Il contrapposto, costituito da genitori presi dalle proprie
preoccupazioni, dal lavoro o da altri impegni che comportano una vita frenetica
e che non riescono a dare ai propri figli le adeguate attenzioni e le corrette regole
educative, comporta un disagio similare: una volta adulti questi bambini
possono continuare a negare a sé stessi, le proprie esigenze e i propri
bisogni.
Insomma, muovendosi tra questi due opposti, le sfumature
sono tante e il cedimento della propria condizione di stima e di valutazione assume
connotati sempre diversi.
In tal modo si sviluppa una sorta di “solitudine
esistenziale” dalla quale si escludono tutti e non si accettano pensieri
difformi dal nostro preconcetto di esistere, si vive secondo una “logica del
solitario” per cui chi ci attornia o comunque “viaggia” nella prossimità
della nostra sfera esistenziale, è sempre e comunque “sbagliato” o
manifestamente “stupido”.
Il frutto di questo, sempre più spesso, è una forte dose di
autocritica e di svalutazione sia della propria persona che dell’operato, che
incide fortemente sulla capacità di instaurare relazioni sociali positive,
cedendo all’impulsività od al pessimismo diffuso che implica anche una carenza
nella cura di sé (spesso anche di origine alimentare). Qualsiasi cosa accada,
sebbene positiva, vive comunque di un’ombra che la rende male accettabile e
porta la persona ad attendersi sempre poco dalla vita (quindi negandosi anche
ciò che gli è dovuto) e ad essere aggressivo prima con sé stesso e poi con gli
altri.
In molti casi, questa difficoltà nel riconoscersi e nello
stabilire la corretta stima di sé, sfocia nella continua dipendenza da altri o
da altro (che sia il partner od il lavoro, ad esempio) per garantire, per dirla
alla Hillmann, l’immagine che assicura l’archetipo esistenziale, ossia “modelli
immaginativi che governano il nostro pensiero e il nostro agire,
e che sono
del tutto patriarcali” (J. Hillmann, “Il potere”
2002, ed. Rizzoli, p. 275). Questa, però, non è una sorta di riequilibrio, ma
un accendere fuochi che autoalimentano sé stessi e che conduce l’immaginazione verso un’esaltazione
di situazioni in realtà non sostenibili che lentamente, ma quasi
inesorabilmente, conducono ad una perdita dell’anima, delle immagini e
del senso immaginale-costruttivo che definisce la nostra axis mundi,
ossia ciò che collega quello che sta al di qua con ciò che sta al di là
dell’immaginale; la connessione tra vita interiore e vita esteriore.
Ovviamente, tutti facciamo del nostro meglio in base al
nostro livello di consapevolezza e conoscenza, ma sia la consapevolezza che la
conoscenza sono elementi variabili che occorre portare a maturazione con dei
vissuti che permettano il “fare anima” e che una qualsiasi dipendenza, in senso
patologico, nega.
Tempo addietro, un mio carissimo amico mi regalò un libro
sempre dello stesso Hillmann: “La Vana Fuga dagli Dei” dove, a pagina 98,
lessi: “Noi possiamo solo fare nel tempo ciò che gli Dei fanno
nell’eternità” ed è una bellissima frase che riporta l’essenza
della nostra capacità di intendere la psiche verso immagini e non finzioni, ossia
l’incontro con potenti immagini che, a loro volta, sono echi di forze
primordiali che appartengono al tempo delle origini e che, magari, si sono
prodotte in un luogo interiore leggendario: la dimora dei nostri dei.
Quando, però, subentra quella forte disqualifica del Sé, le
idee che si formano senza esserne consapevoli, alla fine ci possiedono e lo
fanno in un modo quasi brutale, annullando il confine tra la nostra necessità
di esistere e le spinte esterne che non ci appartengono affatto, ma che incidono
sempre più violentemente nella nostra vita interiore, spostando quell’axis
mundi fondamentale alla vita animica. Materializziamo ciò che non dev’essere
materializzato: luoghi, persone e atti vengono interpretati solo come “oggetti”
esterni a noi ed indipendenti dalla forza della nostra anima di immaginarli; si
declassifica per adattare alla disqualifica del nostro Sé.
Ed è questa la “logica del solitario” che mai potrà
vivere appieno delle proprie forze e delle proprie relazioni sociali
costruttive: il demolire per demolirsi, fare “piazza pulita” delle immagini che
nascono dalle emozioni e le gestiscono, esaltando la propria opinione per poi
non fidarsi completamente di ciò che si pensa. Questa sorta di “solitudine” non
è mai costruttiva poiché tende ad allontanare noi da noi stessi prima per poi
definitivamente incidere sui rapporti con gli altri, restando veramente soli.
Le decisioni riguardo all’azione e al comportamento da assumere
si rivelano gravate da una moralità complessa, nutrita da ombre di incertezza
anche se moralità profonda e coraggio sono strettamente interconnessi: l’una
richiede l’altro, ma l’alta dose del “senso di fallire” del proprio Sé incide
tanto negativamente al punto di inibire qualsiasi raziocinio, gettando ogni
mossa nel turbinio degli eventi.
Un “solitario” siffatto vive solo per la propria
disqualifica e senza mai cedere il passo a qualcosa di puramente luminoso.
Prendersi cura dell’anima, forse, richiede uno sforzo in
senso diametralmente opposto e se noi riusciremo ad aprire il nostro sipario
interiore sul colorato mondo delle immagini legate al nostro “Olimpo” personale,
allora si potrà davvero coltivare una nuova e più autentica relazione con noi
stessi, con gli altri e con il mondo che ci circonda.

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