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giovedì 1 ottobre 2020

Il giudizio degli altri

 

Il grande psicologo Carl Gustav Jung, a suo tempo, si espresse in merito al “giudicare” con la seguente frase: “Pensare è molto difficile. Per questo la maggior parte della gente giudica.
La riflessione richiede tempo, perciò chi riflette già per questo non ha modo di esprimere continuamente giudizi
” ed identifica una forma di pigrizia mentale od incapacità di riflessione come causa del continuo giudizio.

C’è anche una sorta di “rovescio della medaglia” costituito dal fatto che molto spesso siamo soggetti, volontariamente o meno, al giudizio altrui, ossia ci rendiamo spesso “schiavi” di regole altrui, dei loro luoghi comuni, della loro visione della vita che, per quanto possa magari apparirci distorta, diviene sguardo attento alle nostre tensioni ed alle capacità che potremmo mettere in campo ma che, grazie al giudice interiore in cui si condensa una non ben definita “morale”, vengono messe in disparte a pro di un comportamento e di decisioni che non ci apparterrebbero, ma che sono spinte da un giudizio (o spesso dalla condanna) che diviene “diktat”.

I genitori, il partner, l’amico, i colleghi di lavoro o altri spesso divengono, ai nostri occhi, i giudici della nostra esistenza, del nostro muoversi e ci blocchiamo nell’evoluzione interiore ed esteriore che spesso accompagnerebbe il nostro essere verso la felicità.

Il giudizio degli altri fa soffrire.

La leva su cui tutto questo si sviluppa, però, non risiede all’esterno di noi, ma al nostro interno: è il nostro “giudice interiore” che rappresenta quel personaggio dove concentriamo il pensiero comune: è lui (ed a volte solo lui) che giudica e condannaEntra così un sintomo liberatore che ci avverte del problema: l’ansia; essa, se ascoltata, tende a svincolarci dal divenire “fotocopie sbiadite” di vite altrui, di sensazioni ed emozioni che non ci appartengono, di comportamenti che, invece di esaltare le nostre caratteristiche, deprimono il nostro essere trascinandoci in un ingranaggio che finirà inevitabilmente per stritolarci, senza lasciare respiro alle nostre pulsioni costruttive.

La stima di sé, invece di rafforzarsi in base alle proprie azioni ed alle proprie capacità, riceve, giorno dopo giorno, colpi mortali dai quali poi è difficile liberarsi e diviene sempre più abitudine subirli. In realtà notiamo subito quando siamo affetti da tale giudizio: imbarazzo, disagio, tensione, incapacità di esprimere chiaramente il proprio pensiero, difficoltà nell’affermare le proprie opinioni ed il proprio essere tanto da somatizzare pure questa difficoltà in dolori muscolari o riposo notturno insufficiente: un vero e proprio malessere.

Anche se l’intersoggettività è fondamentale al nostro sviluppo psicologico ed è, in qualche modo, naturale il considerare le opinioni altrui, questa caratteristica può divenire eccessivamente “penetrante” tanto che “l’altro” diviene molto più importante della propria autostima ed è qui che subentra il problema. Non si tratta di esser umili (qualità delle grandi menti), ma dell’assumere un atteggiamento quasi remissivo, instaurando una “paura” incondizionata nel decidere un’azione o assumere una decisione, magari per noi importante.

Un sentimento tipico che diviene corollario a questa spiacevole situazione è la vergogna tanto che, in chi è soggetto al “giudizio altrui”, si esprime con il senso di inadeguatezza o di incapacità; si diviene quasi scarsamente tolleranti alla vergogna stessa che viene alimentata da pensieri esclusivamente negativi. 

Di fatto non rivestiamo l’intera vita mentale dell’altro, ma solo una piccola parte.

Se proviamo ad accettare questa prospettiva, abbassiamo la probabilità percepita che l’altro ci stia giudicando o considerando negativamente. Se non invertiamo il senso della nostra percezione, non accentuiamo ciò che definiamo “timidezza” ma alimentiamo una vera e propria fobia. La timidezza è un tratto della personalità che emerge già nell’infanzia ed è proprio di chi ha una forte attenzione verso la propria interiorità e non è caratterizzata da un’ansia inaccettabile, dal timore del giudizio altrui e dalla negazione del proprio senso di essere che sono, invece, tutti aspetti tipici di una fobia.

Ricordiamoci sempre che i nostri timori possono divenire realtà: i pensieri e le convinzioni negative su di sé inducono ansia che peggiora una prestazione e conferma (direttamente o meno) le “errate opinioni” di partenza. Centralizzarsi di nuovo, assumere il controllo della propria esistenza ed ascoltare il proprio cuore può essere una via che ci libera dal senso di inadeguatezza dato dal “giudizio altrui”, liberandoci dalla paura di essere ciò che si è, senza incorrere nell’isolamento sociale o nell’incapacità decisionale. Alcuni precetti possono esser utili:

  • ·         Tu non sei un’etichetta od un’opinione.
  • ·         Tu sei parte di un tutto che ti lega ad una bellezza infinita.
  • ·         Tu sei quella vita luminosa che necessita della tua attenzione per essere riconosciuta.
  • ·         Tu non sei un’opinione, un giudizio od un parere affrettato.
  • ·         Tu non sei un riflesso di qualcun altro (genitori o partner che siano).
  • ·         Tu sei Unico ed in te risiede una forza enorme ed un’energia sottile che ti lega a tutto ciò che  ti circonda.
  • ·         Ognuno è una sostanza (substantia) che ha la profonda necessità di essere ciò che è, rispettando la sua vera natura.

Liberati ! 

 


 




  

 

 

 

 

 

 

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