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venerdì 2 ottobre 2020

Le tentazioni nell'isola dell'Ego

 

Non sono abituale nello scrivere un articolo dopo l’altro, ma questo breve scritto si impone dopo una riflessione, per me opportuna, su di un programma mandato in onda in prima serata su di uno dei canali televisivi più famosi: “Temptation Island”, ovvero l’Isola della Tentazione.

Ormai in molti sanno di cosa sto parlando: di un “reality show” dove alcune coppie si separano per tre settimane, soggiornando in un resort da sogno nella bellissima Sardegna; lo scopo del programma è quello di provare l’amore che unisce i protagonisti, quanto sia “vero” o quanto, invece, sia frutto di abitudine. E come viene effettuato questo “test” ? Per ben 21 giorni i partner staranno lontani fra loro: le donne in un villaggio “delle fidanzate” e gli uomini in quello “dei fidanzati” dove, a far compagnia, ci sono 13 single divisi tra “tentatori” e “tentatrici” che alloggiano proprio poco distante da loro e con cui i protagonisti possono interagire in qualsiasi momento.

Lo confesso pubblicamente: un programma del genere lo considero la morte della mente e l’annientamento di una qualsiasi forma di vita cellulare cerebrale, ma mentre ho ingoiato le varie boiate che venivano dette dai protagonisti, complice una conduttrice che si atteggiava da psicoterapeuta in erba senza avere la minima cognizione di cosa stesse facendo o dicendo (ed a parer mio provocando danni, ammesso che tutto non sia abilmente orchestrato come da copione), prima di alzarmi e distrarmi facendo altro, ho riflettuto su quanto sia estremamente pericolosa una visione simile.

Non appena avviene la divisione (uomini in un villaggio e donne nell’altro) si assiste ad una serie di comportamenti allucinanti dove “la paglia vicino al fuoco” scatena le fantasie e le posizioni morali di chi assiste ad una banalità del genere: uomini che si comportano come bambini al parco giochi dimostrando la permanenza patologica di luoghi comuni e di ignoranza diffusa e donne (a volte bambine insoddisfatte) che si consolano tra loro, si abbracciano e si accarezzano, spesso cercando i “tentatori” che abilmente fungono da “sostegno maschile”, poi… telecamere e microfoni ovunque.

Perché voler vedere se il proprio partner regge a 21 giorni di tentazione sessuale ?

Una simile situazione simile, nella realtà, non è replicabile, anche se un surrogato lo si ottiene nel momento in cui i “social network” e la “comunicazione-veloce”, permettono un martellamento incessante condotto da continui stimoli.  In realtà vi è un aspetto totalmente sadico e masochistico in questa struttura comportamentale: il sadismo è dato dalla possibilità in cui mettiamo l’altro nella condizione di cedere (spesso non è solo una “possibilità” ma un continuo insistere su posizioni illogiche e stupide), il masochismo invece è dato dal fatto che, quando l’altro cede alla tentazione, non si danneggia solo lui, ma a star male è soprattutto chi sta dall’altra parte che diviene un “guardone” negli schermi del programma che riflettono attimi scellerati della vita del partner ossia chi, nel “falò delle vanità”, viene a conoscenza, attraverso video opportunamente costruiti, di ciò che l’altro ha maldestramente combinato (resta inteso che se il “cedere” significa palpeggiare una donna seducente e ben disposta oppure farsi scaldare il cuore e non solo da un giovane muscoloso mentre ci si fissa romanticamente sugli occhi, non ci siano dubbi alcuni su quanto “veritiero” sia il sentimento nei confronti del partner). Di fatto la stragrande maggioranza di coloro che approdano a quel lido infame sono già in crisi ed in molti non aspettano altro che “trasgredire” da una vita misera che, anche se condita da una situazione benestante, risulta povera in tutto, cervello compreso; parafrasando il Sommo Poeta: “Ahi serva mente, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!“

Gli uomini, di fronte a quel crogiolo indistinto di “femmine”, divengono come bambini di fronte alla cioccolata che la mamma aveva detto loro di non mangiare: brindisi, champagne, sorrisi ed tanto altro; la tristezza della separazione dall’amore della propria vita è così superata nel giro di poche ore. Balli ammiccanti, complimenti adolescenziali (che forse si scrivevano nelle letterine d’amore a quindici anni), sguardi languidi e il testosterone in eccesso.

Una visione totalmente imbecille.

Le donne, invece, appaiono più riflessive, ma solo per un momento più lungo perché, come povere cerbiatte ferite dal partner, cercano l’amica improvvisata e la compagna di avventura per uno sfogo ed un abbraccio, desiderano le coccole e, abilmente, le trovano nel giovane muscoloso che, con sguardo socratico, tra un aforisma malmesso ed una citazione filosofica di “Gino lo scarparo”, alleviano il dolore delle poverette. Questa è la caratteristica di tutti i personaggi di questo squallore, uomini e donne indistintamente: sono tutti “psicologi” e sono subito pronti a dispensare letture, interpretazioni e, soprattutto, a menare giudizi sugli altri, senza affatto conoscerli. Stiamo parlando di riflessioni così misere, povere di contenuti e banali che ricordano il giornalino adolescenziale degli anni ‘80 intitolato “Cioè” ed anzi, forse in quello si potevano trovare considerazioni più profonde.

Quando i fidanzati e le fidanzate parlano con tentatrici e tentatori, ricevono da questi degli spunti idioti che vengono invece considerati un incredibile motivo di riflessione (palesando l’assenza cerebrale) ma la domanda che sorge spontanea è: “hanno mai pensato seriamente a chi hanno vicino e con cui stanno condividendo un percorso ?” Ecco, sembrerebbe di no ed è un gran problema.

Del resto, mettere sotto la luce dei riflettori la propria persona, i propri sentimenti ed il proprio pensiero (se mai esiste) con un programma del genere non è certo sinonimo di grande maturità ma più probabilmente di un progetto televisivo e pubblicitario che si basa su di un ego insoddisfatto, figlio di un profondo analfabetismo interiore e di uno spinto materialismo (e consumismo) dove prodotto e compratore sono la stessa entità, privando di valore qualsiasi analisi colta e profonda che può esser fatta alla luce di ben altri modelli.

Inoltre, i dubbi sui modelli di uomo, di donna, e di coppia che questo programma lascia intendere, rimangono molti, come tante sono le perplessità su quale “finta-realtà” viene trasmessa e quasi imposta alle menti (a volte molto confuse e condite da un certo grado di analfabetismo funzionale) delle persone che rischiano di prendere ad esempio tali situazioni che tutto sono, fuorché metafora della realtà e del modo in cui viverla (in senso non patologico). Ci troviamo, in questo caso, di fronte a uno “scudo psichico”, quello che usiamo per proteggere il nostro ego dal mondo esterno dato che la nostra persona è l’immagine pubblica che scegliamo di mostrare agli altri, alla società che ci circonda e della quale è indotto il principio di accettazione. Come è intuibile, questa necessità può portarci a un processo di disintegrazione: nessuno dovrebbe mostrare quello che non è, muoversi nei propri ambienti sociali dentro una corazza, nascondendo il proprio io ma soprattutto tentare la riproduzione di strutture comportamentali indotte che non appartengono alla realtà fattuale, ma solo ad una “soggettività deviata” che mette un presunto recupero della morale come fulcro su cui condurre dati di ascolto e, quindi, vendere il prodotto più redditizio: noi.

La famosa “ombra” di cui molti autorevoli psicologi e filosofi parlano (Jung e Nietzsche, per citarne due) che reca con sé l’essenza del nostro passato che possiamo negare o reprimere, che contiene i nostri desideri più profondi e le nostre paure e che ci chiede di gettarvi la luce della consapevolezza e del coraggio per la nostra crescita come uomini, è in questo modo annichilita, ridicolizzata, banalizzata tra una bottiglia di champagne ed un paio di natiche che contengono un sottile filo.

L’ego è il complesso centrale della consapevolezza, è un pozzo carico di energia. Il complesso dell’ego comincia a formarsi quando ci stacchiamo dall’altro primario, che in genere è nostra madre; cioè, quando ci stacchiamo dal seno. È una separazione necessaria e dolorosa, fondamentale per la formazione di quella consapevolezza che implica la divisione tra soggetto e oggetto: per diventare conscio, devo conoscere ciò che non sono; l’ego è un elemento necessario dell’intenzionalità, della concentrazione e della risolutezza, ma è profondamente malleabile ed “occupabile”, può esser invaso da altre spinte energetiche che lo conducono ad una sorta di totalitarismo esistenziale. L’ego di per sé non è un problema, ma quando è dominato dalle nostre insicurezze, quando è sotto il controllo di spinte materialiste e prive di capacità riflessiva interiore, diventa quasi “nevrotico” e si trasforma in un ostacolo che spinge verso pulsioni totalmente irreali. Il problema non è l’ego; il problema è ciò che accade all’ego. La luce dei riflettori, lo schermo dei televisori, la lente delle telecamere ed il ronzio dei microfoni di una situazione come quella proposta nell’isola della tentazione (o dei dannati nel cerchio degli stolti), gettano non solo i protagonisti, ma il pubblico intero in pasto alle fiere della insicurezza esistenziale dove proprio l’ego trasforma la sua azione in quella di un dittatore spietato che non tollera l’ombra e banalizza ogni sua necessità di comprensione, riducendo l’intenzionalità e la consapevolezza della divisione tra soggetto ed oggetto ad una farsa. E questo è un grande pericolo perché significa il dissesto della via da percorrere per una sana crescita interiore.

Ovviamente questa è stata una piccola e breve incursione nel mondo patinato e surreale di un triste spettacolo del genere: per salvaguardare la mia mente eviterò anche la sigla iniziale. 

 


 

giovedì 1 ottobre 2020

Il giudizio degli altri

 

Il grande psicologo Carl Gustav Jung, a suo tempo, si espresse in merito al “giudicare” con la seguente frase: “Pensare è molto difficile. Per questo la maggior parte della gente giudica.
La riflessione richiede tempo, perciò chi riflette già per questo non ha modo di esprimere continuamente giudizi
” ed identifica una forma di pigrizia mentale od incapacità di riflessione come causa del continuo giudizio.

C’è anche una sorta di “rovescio della medaglia” costituito dal fatto che molto spesso siamo soggetti, volontariamente o meno, al giudizio altrui, ossia ci rendiamo spesso “schiavi” di regole altrui, dei loro luoghi comuni, della loro visione della vita che, per quanto possa magari apparirci distorta, diviene sguardo attento alle nostre tensioni ed alle capacità che potremmo mettere in campo ma che, grazie al giudice interiore in cui si condensa una non ben definita “morale”, vengono messe in disparte a pro di un comportamento e di decisioni che non ci apparterrebbero, ma che sono spinte da un giudizio (o spesso dalla condanna) che diviene “diktat”.

I genitori, il partner, l’amico, i colleghi di lavoro o altri spesso divengono, ai nostri occhi, i giudici della nostra esistenza, del nostro muoversi e ci blocchiamo nell’evoluzione interiore ed esteriore che spesso accompagnerebbe il nostro essere verso la felicità.

Il giudizio degli altri fa soffrire.

La leva su cui tutto questo si sviluppa, però, non risiede all’esterno di noi, ma al nostro interno: è il nostro “giudice interiore” che rappresenta quel personaggio dove concentriamo il pensiero comune: è lui (ed a volte solo lui) che giudica e condannaEntra così un sintomo liberatore che ci avverte del problema: l’ansia; essa, se ascoltata, tende a svincolarci dal divenire “fotocopie sbiadite” di vite altrui, di sensazioni ed emozioni che non ci appartengono, di comportamenti che, invece di esaltare le nostre caratteristiche, deprimono il nostro essere trascinandoci in un ingranaggio che finirà inevitabilmente per stritolarci, senza lasciare respiro alle nostre pulsioni costruttive.

La stima di sé, invece di rafforzarsi in base alle proprie azioni ed alle proprie capacità, riceve, giorno dopo giorno, colpi mortali dai quali poi è difficile liberarsi e diviene sempre più abitudine subirli. In realtà notiamo subito quando siamo affetti da tale giudizio: imbarazzo, disagio, tensione, incapacità di esprimere chiaramente il proprio pensiero, difficoltà nell’affermare le proprie opinioni ed il proprio essere tanto da somatizzare pure questa difficoltà in dolori muscolari o riposo notturno insufficiente: un vero e proprio malessere.

Anche se l’intersoggettività è fondamentale al nostro sviluppo psicologico ed è, in qualche modo, naturale il considerare le opinioni altrui, questa caratteristica può divenire eccessivamente “penetrante” tanto che “l’altro” diviene molto più importante della propria autostima ed è qui che subentra il problema. Non si tratta di esser umili (qualità delle grandi menti), ma dell’assumere un atteggiamento quasi remissivo, instaurando una “paura” incondizionata nel decidere un’azione o assumere una decisione, magari per noi importante.

Un sentimento tipico che diviene corollario a questa spiacevole situazione è la vergogna tanto che, in chi è soggetto al “giudizio altrui”, si esprime con il senso di inadeguatezza o di incapacità; si diviene quasi scarsamente tolleranti alla vergogna stessa che viene alimentata da pensieri esclusivamente negativi. 

Di fatto non rivestiamo l’intera vita mentale dell’altro, ma solo una piccola parte.

Se proviamo ad accettare questa prospettiva, abbassiamo la probabilità percepita che l’altro ci stia giudicando o considerando negativamente. Se non invertiamo il senso della nostra percezione, non accentuiamo ciò che definiamo “timidezza” ma alimentiamo una vera e propria fobia. La timidezza è un tratto della personalità che emerge già nell’infanzia ed è proprio di chi ha una forte attenzione verso la propria interiorità e non è caratterizzata da un’ansia inaccettabile, dal timore del giudizio altrui e dalla negazione del proprio senso di essere che sono, invece, tutti aspetti tipici di una fobia.

Ricordiamoci sempre che i nostri timori possono divenire realtà: i pensieri e le convinzioni negative su di sé inducono ansia che peggiora una prestazione e conferma (direttamente o meno) le “errate opinioni” di partenza. Centralizzarsi di nuovo, assumere il controllo della propria esistenza ed ascoltare il proprio cuore può essere una via che ci libera dal senso di inadeguatezza dato dal “giudizio altrui”, liberandoci dalla paura di essere ciò che si è, senza incorrere nell’isolamento sociale o nell’incapacità decisionale. Alcuni precetti possono esser utili:

  • ·         Tu non sei un’etichetta od un’opinione.
  • ·         Tu sei parte di un tutto che ti lega ad una bellezza infinita.
  • ·         Tu sei quella vita luminosa che necessita della tua attenzione per essere riconosciuta.
  • ·         Tu non sei un’opinione, un giudizio od un parere affrettato.
  • ·         Tu non sei un riflesso di qualcun altro (genitori o partner che siano).
  • ·         Tu sei Unico ed in te risiede una forza enorme ed un’energia sottile che ti lega a tutto ciò che  ti circonda.
  • ·         Ognuno è una sostanza (substantia) che ha la profonda necessità di essere ciò che è, rispettando la sua vera natura.

Liberati !