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giovedì 17 settembre 2020

La vita di Pablo ed André - estratto

 

Era sera ed una brezza fresca e leggera portava via un po' di tregua al caldo del pomeriggio. Pablo, seduto al tavolo sul terrazzo, godeva del momento, chiudendo gli occhi e riposando la mente. Il sigaro acceso e poggiato sul posacenere emanava la sua fragranza e le pagine del libro sul piano del tavolo, spinte da una mano invisibile, voltavano in continuazione.

“Quanto tempo” borbotta Pablo “quanto tempo lasciato trascorrere tra le pieghe di questa vita…”

E fu come se in quel momento non fosse il tempo a scandire gli eventi dell’esistenza, ma l’esatto opposto: la vita che spingeva il suo tempo nelle profondità dell’essere.

 “Una sorta di complessità entropica….. ma che cazzo ! Devo sempre per forza sezionare l’attimo secondo scienza ?” pensò il nostro mentre prendeva il sigaro per aspirare una rilassante boccata di fumo.

È così: Pablo ha cambiato la sua vita e, dopo anni vissuti un po' al limite come il vecchio Jack Kerouac, ha trovato la sua quadratura del cerchio ed ora insegna Biochimica all’Università, partecipando a ricerche internazionali. Ma non si può travestire da pecora un lupo, non possiamo pretendere che le cicatrici del vissuto non incidano nella vita futura: Pablo ha imparato dai suoi errori che, alla fine, tali non erano, ma solo insegnamenti. Il telefono cellulare squillò e Pablo rispose all’amico André che lo chiamava per una birra.

“André, come va ? Confermato per stasera ?”

“Sì Pablo, stasera siamo di teatro”

André usava spesso quell’espressione: “siamo di teatro” e voleva significare un momento di libertà assoluta, di riflessioni senza filtri e di parole vere, che dal cuore giungono sul palco della vita.

“Va bene” rispose Pablo “dove ci troviamo ?”

“Vediamoci sotto casa tua, poi andiamo a piedi verso il pub”

“D’accordo, a che ora esci da lavoro ? “

In realtà sono già a casa, sono qui seduto alla finestra di cucina…”

“Allora credo sia il caso che ti alzi, prendi l’auto ed arrivi sino qui”

“Tu non hai mai l’impressione di non aver vissuto o che ciò che hai vissuto sia solo una piccola parte di ciò che realmente meriti ?”

“Non lo so André, sinceramente non lo so. Quello che posso dire è che ho vissuto, te lo confesso… ho vissuto e, per quanto possa valere, ho provato diverse vie”

“Anche io ho vissuto, ma sento che manca profondamente qualcosa che mi sta sfuggendo e non ho sufficiente tempo per capire”

“Amico mio, io sento che sto perdendo le cose semplici perché trasportato dietro a ciò che il mondo considera “importante”: studio, lavoro, successo… ed in verità tutto diventa inutile se non apprezzi il viso della donna che hai accanto, se non ti fermi, la sera,  a guardarla mentre dorme sentendo dentro di te che hai di fronte la cosa più bella della tua vita; se non consideri che la bellezza, per quanto possa apparire esteticamente, ha connotati interiori profondi e se non tocchi quelli, tutto diviene noia ed abitudine. Tutto è vuoto se non ti fermi ad accarezzare il gatto che hai in casa e sentire le sue fusa sul petto, se non lasci perdere le noie del quotidiano, dando il giusto valore alle cose, se non ti fermi mai un attimo senza pensare a nulla, ma solo godendo del vento e del giorno. È perfettamente inutile leggere e studiare libri difficilissimi da comprendere se non ami mai leggere un romanzo, una storia diversa, un’avventura di chi ci ha preceduto su questa terra e sogni… sogni mondi lontani, vite diverse, viaggi impossibili. Se non ti immergi in ciò che è Amore profondo, pian piano tutto ciò che ami svanirà e tu con esso. Soprattutto ho perso il coraggio di sognare, di spingere oltre la propria mente grazie alla fantasia e di immaginare realtà che si possono poi avverare; non è vero che il sogno rimane tale: lo è se tu lo leghi alla catena della disillusione, alla cinghia della tua disistima, al palo della tua ipocrisia. In questo modo rischi di fare il vuoto attorno a te e di riferire a te stesso come ad un nome collegato ad un lavoro od a ciò che scrivi o possiedi, non ad un uomo capace di vivere appieno il tempo concessogli. Quando ti rendi conto che tutto questo non c’è più, devi avere il coraggio, la forza di cambiare, di virare la prua della tua barca verso un altro orizzonte e poco importa se il mare è in tempesta e si rischia il rovesciamento: questo è il prezzo per esser veramente sé stessi. Quando ti rendi conto che inizi ad essere autoreferenziale per il solo fatto di “aver studiato qualcosa” è il momento di dimenticare tutto e di vuotare la propria coppa per riempirla del nuovo e dell’inatteso. Ricordi quando mi consigliasti quel libro di Eugenio Barba ? “Canoe di carta” mi sembra si intitolasse.  Ebbene, in un passaggio l’autore scrive: “non è importante ciò che si sa, è importante ciò che io so” ed è una frase sconvolgente nella sua apparente semplicità. Mi sono reso conto di “saper poco”, ma di esser enormemente edotto da “ciò che sanno gli altri”. Ripeto a vanvera le scoperte altrui, i pensieri di filosofi famosi e gli arrovellamenti mentali di grandi pensatori, ma del cuore di Pablo non v’è traccia; niente semplicità, solo complicazioni legate ad un principio di esistenza che non rispecchia Pablo, ma ciò che si vuol vedere e sapere di costui. È tremendamente facile, incredibilmente utile e, soprattutto, alimenta la pigrizia dell’esistere senza riflettere su di sé. Allora mi chiedo: dove sono finito ? Dov’è quell’uomo che, in quella notte di pioggia, bestemmiando ed imprecando contro il destino, scagliò quella bottiglia contro il muretto e trovò l’Amico che, offrendo un caffè, lo salvò da sé stesso ? Dov’è finito il tragicomico personaggio teatrale che, mescolando coraggio, alcol e sorriso, entrava di prepotenza nella sua vita dopo che aveva desiderato finisse ? La rivalsa, se mai ve ne fosse bisogno, non passa dal sapere a memoria ed abilmente commentare “La Repubblica” di Platone, ma dal far sì che quella “repubblica” incida dentro, lasci qualcosa che sia solo di Pablo e che, con semplicità, faccia sì che Pablo stesso la digerisca elaborandola e, per quanto se ne possa sapere, divenga un frutto solo suo, da non esibire, ma da vivere silenziosamente, senza dimostrare niente a nessuno: “le cose che io so”. E poi… poi tutto insegna… e vi sono insegnamenti che non stanno nella parole, ma nel vivere l’attimo, nel percepire l’emozione, nell’inebriarsi della vita che ti lascia questi momenti dove tu sei dentro la tua stessa esistenza, attore principale e non comparsa. Ecco questo mi sta sfuggendo e con esso tutto me stesso. E non so quanto tempo ho per recuperarlo od almeno tentare di farlo”.

“Pablo, sì.. .decisamente stasera faremo teatro !”.

 


 

martedì 8 settembre 2020

L'amarezza dell'odio

Willy Monteiro Duarte, un ragazzo di 21 anni originario di Capo Verde, è rimasto ucciso sotto i colpi sferrati dai fratelli Marco e Gabriele Bianchi, ragazzi italiani che praticano sport di combattimento (MMA) e che, con ferocia inaudita, hanno ucciso una persona massacrandola di botte per aver avuto la sola colpa (almeno così si legge) di aver tentato di calmare gli animi in seguito ad un alterco tra il branco omicida (le accuse sono nei confronti di quattro persone) ed un suo amico.  Impressionanti le dichiarazioni dei familiari: “In fin dei conti cosa hanno fatto? Niente. Hanno solo ucciso un extracomunitario" (fonte: https://www.liberoquotidiano.it/news/italia/24454478/willy-monteiro-duerte-dichiarazioni-choc-familiari-aggressori-era-solo-immigrato.html).

Sono personaggi noti che usano la violenza come stile di vita e lo spaccio ed altre amenità come fonte di reddito. Sono individui ben conosciuti nei confronti dei quali nessuno ha mosso un dito sino al massacro del 21enne capoverdiano (https://www.cronachecittadine.it/tutti-i-particolari-sulla-morte-di-willy-monteiro-duarte-oggi-lutto-cittadino-a-colleferro-e-paliano-arrestati-i-quattro-aggressori-di-artena/).

Marco e Gabriele Bianchi, così come Mario Pincarelli e Francesco Belleggia (co-imputati e parte del branco), sono italiani e, a quanto si legge, appartenenti alle file di una compagine di ultradestra (e qui, forse, si comprende anche la dichiarazione dei familiari), figli di una società degradata al punto da non riuscire più a comprendere quanto orrore vi sia nel togliere la vita ad un uomo.

Ma la responsabilità non è soltanto di questi quattro imbecilli.

Forse l’ondata di disprezzo dell’uomo che una certa politica ha fatto e continua a fare nei confronti del “diverso”, ha fatto sì che si creasse un rigurgito violento di estremismo che, a sua volta, ha alimentato la logica perversa della violenza, figlia dell’ignoranza e della mancanza di senso della vita.

Quando si ricorre alla violenza pura, alla necessità di sopraffare un uomo uccidendolo, noi tutti abbiamo fallito. Il proliferare di certe forme di “sport” (qui le virgolette sono d’obbligo) che uniscono una sorta d’istintualità bestiale al “mito” di una sorta di “superuomo” che nulla ha che vedere con la filosofia di Nietzsche, ma che si riferisce solo ed esclusivamente ad una sorta di “maschio alfa” che possiamo ritrovare tra i primati non umani, ha costruito una sorta di “macchine d’odio” pronte ad esplodere al minimo alterco. Una società come questa è profondamente degradata e se non interveniamo subito il futuro di questo paese sarà molto triste.

Nell’Italia che noi tutti pensiamo essere un “belpaese”, ricco di cultura rinascimentale, di arte e di notevole capacità intellettiva espressa dai nostri ragazzi che, all’estero, rendono servigi all’umanità, eventi del genere sono vergognosi e riflettono una deculturizzazione senza uguali. Sarebbe bello sentire la classe politica che, in toto, si esprime in favore di un possibile cambio di marcia, ma così non sarà perché avere quattro idioti del genere fa comodo a molti e le dichiarazioni dei familiari, colpevoli quanto i carnefici, rimarranno solo parole dette e non segnali di allarme.

Purtroppo qui non si tratta più di un colore politico o di zone di decadimento umano, ma dell’educazione di un popolo intero che sta virando verso il baratro ed i pochi e coraggiosi educatori ed insegnanti si trovano spiazzati, privati dell’autorità che loro compete nonostante l’enorme competenza.

Liliana Segrè scrive che “L'indifferenza è più colpevole della violenza stessa. È l'apatia morale di chi si volta dall'altra parte: succede anche oggi verso il razzismo e altri orrori del mondo” ed è un atto di accusa forte che rispecchia, purtroppo, il mondo in cui oggi viviamo.