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domenica 10 maggio 2020

Un caffé ed un sigaro post CoViD-19

Quindi, eccoci di nuovo qua, sul terrazzo una domenica mattina presto, a scrivere e fumare un buon sigaro dopo una tazza di caffè. In questo momento di pace, a volte viene da riflettere su quanto si è vissuto e, con molta probabilità, ancora si dovrà vivere.
Dopo tutto questo tempo di quarantena, smart working, cassa integrazione mai arrivata, aiuti miseri distribuiti a macchia di leopardo (600 euro che forse servono solo a pagare circa un quarto delle tasse) e prestiti garantiti dallo stato che sono divenuti un’utopia alla stregua dell’Isola che non c’è, mi chiedo ancora come faccia questo popolo a tirare avanti, a non decidere di rompere gli argini ed iniziare a pensare a debellare una situazione che, palesemente, non può più funzionare.
Il malgoverno che ci ha accompagnati da un’emergenza all’altra, economica e non, è diventato sin troppo palese in questa ultima situazione drammatica dove, complice un virus del tutto inaspettato e ad alto indice di infettività, ha distrutto un sistema sanitario nazionale già di per sé massacrato da tagli operati da amministratori idioti e da un costante sistema di corruzione che, in questo paese, sembra una sorta di “normalità”.
Intendiamoci bene: l’epidemia, anzi, la pandemia che si è verificata è un caso eccezionale, ma sono fermamente convinto che in un sistema “sano” i danni collaterali (e, forse, pure i molti decessi) potevano esser molto più limitati.
La politica fallita di questo paese, ormai, è oltremodo evidente nella totale incapacità degli amministratori (non chiamiamoli “politici”, per l’amor del cielo: la “politica” ha un alto valore etico che costoro nemmeno sanno dove passa; qualcuno si limita a citare aforismi classici derivati dagli scritti Aristotelici, ma temo che nemmeno colgano il senso di quanto dicono e, per quanto mi riguarda, mi sento pure preso in giro dato che appare una strafottenza inutile in questo momento) che, tra personaggi più o meno “acculturati”, devono tirare avanti una carriola senza ruote.
Personalmente credo che, se non si comprende il fatto che ciò che era non potrà esser mai più, siamo tutti destinati ad un fallimento a dir poco epocale.
Il nostro sistema di vita non può più ripetere i medesimi errori e molto deve necessariamente esser rivisto. Il capitalismo ed il consumismo che sino a poco tempo fa hanno contribuito ad un apparente benessere (quello “vero” era riservato a pochi), hanno contribuito a distruggere ciò che il pianeta ci offriva e, assieme all’inquinamento, ha portato la povertà non solo esteriore (nei beni) ma soprattutto interiore (nella mente e nei valori affettivi).
Abbiamo consumato gli altri e noi stessi in una corsa idiota ed adesso, stupidamente, aspettiamo di poter riprendere a divenire sia oggetto del consumo che soggetto consumatore.
Pensateci: nonostante questa crisi, aziende milionarie (letteralmente) che potevano contribuire a mantenere occupazione dato il loro altissimo fatturato conseguito in anni ed anni tra speculazioni e gestioni diciamo “furbesche” (con il beneplacito di questo sistema statale) hanno chiesto la cassa integrazione per migliaia di dipendenti, pesando sulla cassa della nazione ed assicurando il dividendo ai propri azionisti che, nonostante la tragedia in corso, pensavano all’incasso. Poco importa dei morti e della povertà di molti concittadini. Non faccio nomi, ma se guardate tra le cronache passate (beata internet) potete farvi un’idea. Ecco, questo sistema non può più funzionare.
Anche in questo frangente la stupidità di un modo di essere e di vivere passato ha manifestato quanto ormai sia inadeguato nel consentire a tutti noi una vita serena ed attenti: ho detto “serena” non “agiata”. La “bella vita”, ahimè, è veramente una chimera e le operazioni di marketing consumistiche e capitalistiche hanno indotto necessità che, in verità, non ci appartengono affatto.
Vi sono persone che sono disperate perché non possono prender l’aereo per farsi una vacanza alle Maldive oppure individui che sono in difficoltà perché i ristoranti dovranno mettere delle protezioni tra i tavoli ed addio mangiate boccaccesche in adeguata e scalmanata compagnia.
Personalmente spero che le Maldive restino chiuse al turismo per molto in modo tale da riequilibrare (od almeno sperare in un’attenuazione) l’inquinamento di quello splendido ecosistema e mi auguro che si recuperi il gusto delle piccole cose. Ci sarà un nuovo reinventarsi, riprogrammare le attività ed il capitale che inevitabilmente non potrà mai più essere il becero esempio della decadenza dimostrata; c’è chi vedrà il suo mucchietto di soldi diminuire, ma non temete: costoro sopravvivono comunque data la ricchezza sin qui accumulata.
Tiziano Terzani, in una delle sue ultime interviste, illustrò il valore dell’accontentarsi, ossia di restituire il giusto valore alle cose che ci circondano e che abbiamo a disposizione. È questo un processo molto particolare che inizia da dentro prima di emergere come “vita vissuta”; è qualcosa che parte come una trasformazione della mente verso orizzonti nuovi, più sostenibili sia per noi che per la natura che ci circonda.
Ovviamente, questo cozza brutalmente con quanto sino adesso a noi propinato in termini di “successo sociale” e di “benessere” ed elimina l’inutile, lasciando spazio a ciò che è “essenziale” in tutti i significati del termine, ossia che è sia fondamentale per la nostra esistenza e ricco di “essenza”, di sostanza, di senso compiuto.
Se il “senso del denaro e del possesso” è stato davvero il primo tra tutti i mali, è anche vero che si può invertire la rotta perché è veramente folle imporre a noi stessi una vita inutile ed al limite dello stress suicida per accumulare denaro, salvo poi spenderlo (in grandi quantità) per recuperare la salute persa. Perché questo avvenga, forse, occorre anche una migliore redistribuzione degli averi perché, in questa corsa suicida, c’è anche chi la realizza per sola sopravvivenza e non per “accumulare beni” e questo è profondamente ingiusto (se non ignobile).
In questa triste storia imposta da CoViD-19, emerge anche la necessità di meritocrazia, ossia di promuovere e far avanzare coloro che, nei vari campi di appartenenza, veramente dimostrano capacità in grado di migliorare la nostra qualità della vita e non vi è più spazio per i cialtroni che devono, necessariamente, tornare “al loro posto” qualunque esso sia.
Se prima una dose di cialtroneria era quasi tollerata, salvo poi veder crollare ponti, soffrire di malasanità o vedere posizioni di responsabilità occupate da analfabeti funzionali con tutto ciò che ne consegue, adesso questo non può più essere ammesso, pena il declino irreversibile della società e della nostra stessa vita. Occorre capire che il possedere un “titolo”(accademico o altro) non è un “onore”, ma un “onere”, un peso dato dalla responsabilità della maggior conoscenza o capacità nei confronti dei nostri simili che, in situazioni di emergenza come questa, deve fare la differenza mollando la pesantezza dell’ego (fatto che, ahimè, proprio durante questa epidemia non è accaduto e si è manifestato, purtroppo, in coloro che dovrebbero essere gli “esperti” da ascoltare).
Occorre, pertanto, tornare ad avere la consapevolezza che quando si fa politica non si cerca di soddisfare il proprio bene individuale, la propria felicità, ma ci si mette completamente a disposizione del popolo, in tal modo cercando sempre di raggiungere il “bene collettivo”, una sorta di “comune felicità”. Vicino a questo ritorno alle aristoteliche origini (con buona pace dei nostri amministratori che si dileggiano in citazioni dotte), serve però anche tornare ad avere una vita attiva e critica del cittadino che è fondamentale per avere una “buona politica” (un popolo analfabeta o culturalmente di basso livello non otterrà mai questo) ed una buona organizzazione statale che tutti i cittadini si occupino dei propri diritti si, ma anche dei propri doveri.



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