Avere il diritto di sognare è una
prerogativa di ognuno, osare di realizzare ciò che si sogna è il coraggio di
pochi.
Spesso, giunti al superamento di una
soglia di età come quella dei cinquant’anni, molti disperano di non aver
raggiunto ancora ciò che avevano prefisso ed in tanti mollano la via per
accomodarsi su di una sorta di apatia funzionale che porta, lentamente, ad una
frustrata accettazione di ciò che “non è andato”.
Si è spinti a guardare alle varie età
passate come al “tempo prezioso”, l’epoca fortunata in cui tutto si poteva
fare, ma qualcosa è andato storto e certo la pressione mediatica non aiuta
poiché vi è una sorta di blocco mentale sul considerare le varie soglie di età
come elementi decadenti e poco produttivi sia per sé stessi che per la società.
Sebbene vi siano elementi oggettivi per i
quali non siamo ancora preparati a considerare la “maturità” come un’occasione
aggiuntiva nella nostra vita, spesso si riesce a respirare una brezza di
maggior libertà proprio nel considerare che, arrivati ad un punto della nostra esistenza, si possa mollare (finalmente) orpelli inutili per andare diritti e
spediti verso qualcosa che riteniamo più utile per noi e per la nostra
serenità, rigenerando la mente proprio grazie alla forza dell’esperienza e
della nuova consapevolezza di esistere dettata da trascorrere del tempo.
Mentre la nostra attenzione si sposta sul
cercare di mantenere il fisico sempre in condizioni “efficienti” (a volte
sfiorando il senso narcisistico di una bellezza esteriore che richiama una
melanconia del “come eravamo”), prestiamo pochissima attenzione a quello che
accade nella nostra interiorità ed alla nostra intima necessità di “essere”, non
considerando che proprio in questo esatto istante abbiamo le armi per riuscire in
questa difficile impresa.
Invecchiamento e maturazione non sono
sinonimi, ma connotazioni diverse che indicano situazioni differenti. La forza
del carattere, da non confondere con l’arroganza di apparire, spesso implicita
nell’ignorante (non solo culturalmente, ma sempre più spesso anche da colui che
“ignora” la sua interdipendenza sociale, pur avendo un grado di scolarizzazione
elevato, e basa la sua esistenza su pulsioni esclusivamente materiali e
tendenzialmente “arrivistiche”) e in chi, ahimè, soffre di una qualche condizione
psicologica negativa, si manifesta nella fermezza di intenti molto spesso “recuperati”
da momenti in cui era praticamente impossibile realizzarli.
Se è vero che “ogni cosa deve avvenire al
giusto momento”, allora è altrettanto vero che la maturazione imposta dall’esperienza
della vita offre a tutti noi spazi dove è possibile rivedere le proprie
posizioni ed adattarle al proprio scopo di vita.
“Invecchiare bene” (come detto poc’anzi il
termine è improprio, ma molto in voga) non significa solo arrivare a 50 anni
dimostrandone 40, ma il riuscire a portare a compimento, ossia a “maturare”, le
nostre potenzialità individuali e il nostro “esser sé stessi”: diventare via
via ciò che davvero siamo destinati a essere.
La realizzazione di questo impedisce l’attecchire
di quell’atteggiamento negativo di chi si aspetta solo il peggio dal passare del
tempo e che causa un lento ed inesorabile impoverimento del senso di esistere già a
50 anni che vengono così interpretati come una sorta di “giro di boa”, come una
“fine dei giochi” che rendevano la nostra vita meritevole d’esser vissuta (da
qui la crisi depressiva che si riscontra in molti di noi).
Si resta come “bloccati in sé stessi”
senza attenderci molto da ciò che ci circonda e nutrendo aspettative che
esulano dalle necessità a noi vitali: rendiamo inaccessibile il centro della
nostra individualità che respinge od accetta la parte conflittuale che emerge
nel nostro “trascorrere la vita così com’è”.
Si nutre una sorta di “egoismo dell’io”
che prospera sull’idea del comando, sul fatto di essere i “padroni
incontrastati” dei processi della nostra vita, delle motivazioni e dei desideri
che, invece, mutano istante dopo istante rendendo il Senso della vita un ideale
verso cui non esiste strada, un’Arte per la quale non vi è tecnica e sta
proprio qui la meraviglia del “maturare”. Aggrapparsi ai “modelli di vita”
imposti o generati schematicamente nella nostra mente, significa generare una
sorta di “precetti” che stagnano dentro di noi e che, inevitabilmente,
producono falsità, una sorta di ipocrisia interiore che lentamente permette il
crogiolarsi nell’esserne vittima.
Il saggio taoista moderno Alan Watts
sosteneva che una delle più grandi fortune dell’uomo è il rendersi conto che “poiché
tutto è perduto, non c’è più niente da perdere” e la considerava una sorta di “liberazione”
paragonabile al volo degli uccelli nel vento ed alla loro deriva in un cielo sconfinato
dove “tutto è possibile”.
Sempre lo stesso Watts sostiene che “l’uomo
non inizia a vivere finché non ha perduto sé stesso, finché non ha rilasciato
la stretta ansiosa che tiene normalmente sulla sua vita, la sua proprietà, la
sua reputazione, la sua posizione” e quest’ansia deriva dalla necessità di
tenere in piedi una maschera imposta dall’immagine che creiamo e che ci rifiutiamo
di “aggiornare” in base alla maturazione degli eventi e dal trascorrere del
tempo.
L’esser capaci di comprendere che solo
nella maturità possiamo raggiungere quello che dobbiamo realizzare nella vita è
uno dei “farmaci” fondamentali che evita il soffermarsi su aspetti “superficiali”
relativi all’età che avanza (un metabolismo che rende difficile il dimagrimento,
ad esempio) e ribalta il concetto predefinito e stantio di “maturità” (intesa,
in modo errato, come sinonimo di invecchiamento) che diviene invece “l’età
della passione”.
La vita cambia e noi con essa, ma “né il
passato né il futuro hanno alcuna esistenza al di là di questo Ora: di per sé
sono mere illusioni. La vita esiste solo in questo momento, e in questo momento
è infinita ed eterna. Si può credersi in disarmonia con la vita ed il suo
eterno Ora; ma non si può esserlo, perché tu sei la vita ed esisti Ora”
(Alan Watts).

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