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mercoledì 4 dicembre 2019

Divieni ciò che sei


Avere il diritto di sognare è una prerogativa di ognuno, osare di realizzare ciò che si sogna è il coraggio di pochi.
Spesso, giunti al superamento di una soglia di età come quella dei cinquant’anni, molti disperano di non aver raggiunto ancora ciò che avevano prefisso ed in tanti mollano la via per accomodarsi su di una sorta di apatia funzionale che porta, lentamente, ad una frustrata accettazione di ciò che “non è andato”.
Si è spinti a guardare alle varie età passate come al “tempo prezioso”, l’epoca fortunata in cui tutto si poteva fare, ma qualcosa è andato storto e certo la pressione mediatica non aiuta poiché vi è una sorta di blocco mentale sul considerare le varie soglie di età come elementi decadenti e poco produttivi sia per sé stessi che per la società.
Sebbene vi siano elementi oggettivi per i quali non siamo ancora preparati a considerare la “maturità” come un’occasione aggiuntiva nella nostra vita, spesso si riesce a respirare una brezza di maggior libertà proprio nel considerare che, arrivati ad un punto della nostra esistenza, si possa mollare (finalmente) orpelli inutili per andare diritti e spediti verso qualcosa che riteniamo più utile per noi e per la nostra serenità, rigenerando la mente proprio grazie alla forza dell’esperienza e della nuova consapevolezza di esistere dettata da trascorrere del tempo.
Mentre la nostra attenzione si sposta sul cercare di mantenere il fisico sempre in condizioni “efficienti” (a volte sfiorando il senso narcisistico di una bellezza esteriore che richiama una melanconia del “come eravamo”), prestiamo pochissima attenzione a quello che accade nella nostra interiorità ed alla nostra intima necessità di “essere”, non considerando che proprio in questo esatto istante abbiamo le armi per riuscire in questa difficile impresa.
Invecchiamento e maturazione non sono sinonimi, ma connotazioni diverse che indicano situazioni differenti. La forza del carattere, da non confondere con l’arroganza di apparire, spesso implicita nell’ignorante (non solo culturalmente, ma sempre più spesso anche da colui che “ignora” la sua interdipendenza sociale, pur avendo un grado di scolarizzazione elevato, e basa la sua esistenza su pulsioni esclusivamente materiali e tendenzialmente “arrivistiche”) e in chi, ahimè, soffre di una qualche condizione psicologica negativa, si manifesta nella fermezza di intenti molto spesso “recuperati” da momenti in cui era praticamente impossibile realizzarli.
Se è vero che “ogni cosa deve avvenire al giusto momento”, allora è altrettanto vero che la maturazione imposta dall’esperienza della vita offre a tutti noi spazi dove è possibile rivedere le proprie posizioni ed adattarle al proprio scopo di vita.
“Invecchiare bene” (come detto poc’anzi il termine è improprio, ma molto in voga) non significa solo arrivare a 50 anni dimostrandone 40, ma il riuscire a portare a compimento, ossia a “maturare”, le nostre potenzialità individuali e il nostro “esser sé stessi”: diventare via via ciò che davvero siamo destinati a essere.
La realizzazione di questo impedisce l’attecchire di quell’atteggiamento negativo di chi si aspetta solo il peggio dal passare del tempo e che causa un lento ed inesorabile impoverimento del senso di esistere già a 50 anni che vengono così interpretati come una sorta di “giro di boa”, come una “fine dei giochi” che rendevano la nostra vita meritevole d’esser vissuta (da qui la crisi depressiva che si riscontra in molti di noi).
Si resta come “bloccati in sé stessi” senza attenderci molto da ciò che ci circonda e nutrendo aspettative che esulano dalle necessità a noi vitali: rendiamo inaccessibile il centro della nostra individualità che respinge od accetta la parte conflittuale che emerge nel nostro “trascorrere la vita così com’è”.
Si nutre una sorta di “egoismo dell’io” che prospera sull’idea del comando, sul fatto di essere i “padroni incontrastati” dei processi della nostra vita, delle motivazioni e dei desideri che, invece, mutano istante dopo istante rendendo il Senso della vita un ideale verso cui non esiste strada, un’Arte per la quale non vi è tecnica e sta proprio qui la meraviglia del “maturare”. Aggrapparsi ai “modelli di vita” imposti o generati schematicamente nella nostra mente, significa generare una sorta di “precetti” che stagnano dentro di noi e che, inevitabilmente, producono falsità, una sorta di ipocrisia interiore che lentamente permette il crogiolarsi nell’esserne vittima.
Il saggio taoista moderno Alan Watts sosteneva che una delle più grandi fortune dell’uomo è il rendersi conto che “poiché tutto è perduto, non c’è più niente da perdere” e la considerava una sorta di “liberazione” paragonabile al volo degli uccelli nel vento ed alla loro deriva in un cielo sconfinato dove “tutto è possibile”.
Sempre lo stesso Watts sostiene che “l’uomo non inizia a vivere finché non ha perduto sé stesso, finché non ha rilasciato la stretta ansiosa che tiene normalmente sulla sua vita, la sua proprietà, la sua reputazione, la sua posizione” e quest’ansia deriva dalla necessità di tenere in piedi una maschera imposta dall’immagine che creiamo e che ci rifiutiamo di “aggiornare” in base alla maturazione degli eventi e dal trascorrere del tempo.
L’esser capaci di comprendere che solo nella maturità possiamo raggiungere quello che dobbiamo realizzare nella vita è uno dei “farmaci” fondamentali che evita il soffermarsi su aspetti “superficiali” relativi all’età che avanza (un metabolismo che rende difficile il dimagrimento, ad esempio) e ribalta il concetto predefinito e stantio di “maturità” (intesa, in modo errato, come sinonimo di invecchiamento) che diviene invece “l’età della passione”.
La vita cambia e noi con essa, ma “né il passato né il futuro hanno alcuna esistenza al di là di questo Ora: di per sé sono mere illusioni. La vita esiste solo in questo momento, e in questo momento è infinita ed eterna. Si può credersi in disarmonia con la vita ed il suo eterno Ora; ma non si può esserlo, perché tu sei la vita ed esisti Ora” (Alan Watts).



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