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giovedì 29 agosto 2019

La valutazione dell'incompetente - Effetto Dunning-Kruger


“Senti, mi sono fatto due protesi alle anche e so come si deve fare una corretta riabilitazione…”
“Mio cugino è un neurologo e conosco benissimo l’effetto di un antidepressivo… meglio evitare e tenersi la depressione”
“Ho letto su internet che il tumore lo si cura con il bicarbonato ed addirittura lo diceva un premio Nobel ! Gli oncologi sono tutti assassini…”
“Ehhhhhhh caro mio, mi sono formato all’università della vita io…. altro che esami o libri !”

Sono solo alcune delle frasi che quotidianamente si possono sentire un po’ ovunque, al bar o, peggio che mai, durante l’attività professionale.
Vi è un bellissimo studio del 1999 condotto da due psicologi della Cornell University, David Dunning e Justin Kruger dal titolo: “The Dunning–Kruger Effect: On Being Ignorant of One’s Own Ignorance” che identifica come le persone incompetenti (nel testo si legge addirittura “ignoranti”) tendono a sopravvalutarsi, ossia a sovrastimare le proprie capacità, ritenendole addirittura molto superiori alla media. Si chiama “Effetto Dunning-Kruger”, e più o meno recita così: più uno non sa niente (o molto poco ed approssimativo) di un argomento, ossia non ha capacità alcuna in merito, più crede di saperla con esattezza.
Dunning e Kruger, inoltre, enunciano una sorta di doppio raggiro che gli ignoranti subiscono: non riescono a valutare i risultati perché l’abilità richiesta per eseguire bene il compito è uguale a quella necessaria per una corretta valutazione: è per questo motivo che gli ignoranti non riconoscono la competenza altrui. In parole povere: bisogna saper fare bene una cosa per poter giudicare come la fanno gli altri ed è il motivo per cui uno studente non si abbina da solo il voto ad un esame.
Gli incapaci non valutano sé stessi (ossia la propria capacità) in base al confronto dei risultati con quelli di altre persone ma, al contrario, partono con il preconcetto sul proprio grado di abilità e preparazione molto elevato (e di fatto inesistente) e tendono a cercare conferme nei risultati che, se non conformi al loro preconcetto, aggiustano a piacimento.
Le persone che manifestano questa sorta di sindrome, pertanto, credono che le loro capacità siano molto più alte della media a loro nota, anche quando chiaramente non capiscono (e non sanno minimamente) di cosa stanno parlando; non possiedono l'umiltà di riconoscere la necessità del proprio miglioramento (anche culturale) e tendono a non riconoscere il potenziale di chi li circonda: subentra un circolo vizioso costituito da pigrizia ed egoismo.
L’effetto è sempre più incisivo nella società: queste persone, che non sanno assolutamente nulla di un argomento oppure hanno letto su internet (spesso da fonti nemmeno accertate) notizie o concetti parziali (oppure talmente difficili che, non avendo le basi culturali per comprenderli, ne fraintendono il significato), si comportano come se fossero “esperti” e cercano addirittura di rovesciare le argomentazioni di logica ben pianificata (e corretta) di studiosi e veri esperti. Tali persone vivono in uno stato di “illusoria superiorità”, credendo di essere molto saggi, ma in realtà sono molto indietro rispetto a coloro che esperti lo sono veramente.
Il dramma è costituito dal fatto che se tanti incompetenti si mettono in contatto tra loro e formano una sorta di “rete” (facilissimo al tempo dei social media) e su questa rete trovano supporto a qualsiasi argomento insensato che emerge dalla propria ignoranza, e quella rete diventa sempre più grande permettendo a tutti questi incompetenti di convincersi e sostenersi a vicenda (spesso rafforzando la persuasione per la quale chi non la pensa come loro è in malafede), il danno che ne può scaturire è parecchio grave (spesso all’origine del famoso “complottismo”).
Dunning e Kruger, nel loro lavoro, identificano nello studio attento e nel sacrificio della comprensione basata su elementi validi (forniti da veri studiosi ed esperti) la capacità di rivedere le proprie valutazioni iniziali, correggendo la propria malsana persuasione: l’individuo diviene più critico verso sé stesso e si mette positivamente in discussione.
In realtà l’ipotesi da cui partirono i due studiosi è abbastanza banale: se una persona è troppo stupida, non è in grado di riconoscere la propria stupidità ed uno degli antidoti alla stupidità è la cultura.
Vi è un ulteriore paradosso riconosciuto dal lavoro dei due psicologi: chi è ignorante e impreparato si sopravvaluta mentre, al contrario, chi è preparato oppure si sta “formando” tende manifestare dubbi sulle proprie abilità od addirittura a soffrire della “sindrome dell’impostore per la quale si opera una sorta di autosabotaggio nel “non sentirsi all’altezza”, ossia di essere degli “impostori” che si trovano nel posto inadatto ed al momento sbagliato e spesso compare quando le persone competenti si trovano ad affrontare nuovi studi o nuove prove od a ricoprire un ruolo di responsabilità (in molti psicologi ritengono che la forte competitività imposta da questa società sia uno dei motivi di tale sindrome).
Resta inteso che il concetto di “superiorità” è sfuggente se non totalmente deleterio: stiamo tutti assieme in questo strano “viaggio” e poco importa il livello di istruzione, lo stipendio percepito o la formazione (parametri che possono sempre esser migliorati); si può sempre imparare da chiunque, ma occorre esser ben consapevoli delle proprie capacità (e, se voluto, affinarle) affinché il mondo che ci circonda migliori e, con esso, anche la nostra capacità di dare un “senso di serenità” alla nostra vita che risulterà ancor più costruttiva.

Link allo studio di Dunning e Kruger: https://www.semanticscholar.org/paper/The-Dunning-%E2%80%93-Kruger-Effect-%3A-On-Being-Ignorant-of-Dunning/822622ed711dfc0f63a232f31ac3163fb3cb8b55



giovedì 8 agosto 2019

"Search and destroy": linfociti vs cancro


Anche se l’estate si fa tentatrice di argomenti “gossip”, è forse il caso di affrontarne uno molto particolare e senz’altro utile: l’immunoterapia contro il cancro.
Di certo questo non è lo spazio giusto per trattare approfonditamente l’argomento, ma chi ieri sera (7 agosto 2019) ha visto la bellissima trasmissione SuperQuark su Rai1, può intuire quanto il tema sia attuale e di profondo interesse.
Il nostro sistema immunitario, complesso e ben “coordinato”, possiede elementi in grado di distruggere il tumore in modo efficace e preciso anche se quest’ultime resistono in una sorta di “partita a scacchi” dove ogni mossa può esser quella decisiva.
Le cellule tumorali sono alquanto “astute” e, per non farsi riconoscere, esprimono pochissimi antigeni (ossia composti particolari che li identificano) sulla propria superficie, al fine di mimetizzarsi nei confronti dei killer che il nostro sistema immunitario mette in campo per ucciderle. Tali “assassini seriali” sono anche “confusi” e resi “incoscienti” da una sorta di perimetro di sicurezza (safety zone) che il tumore stesso si crea emettendo sostanze che “inebetiscono” questi elementi-killer del sistema immunitario.
Insomma, il problema è duplice: il tumore non è un agente “esterno” al nostro organismo e ben si adatta alle variazioni fisiologiche che lo circondano (basti pensare che si crea un sistema circolatorio tutto suo) ed anche se la sorveglianza è alta (ed il sistema di soppressione abbastanza efficiente), se le “informazioni” deviate sono in buon numero ed alta intensità, la degenerazione tumorale si stabilizza e, in determinate condizioni, si propaga.
Le nostre difese, però, non sono poi così “inermi” ed un loro potenziamento potrebbe esser efficace quantomeno per “controllare la bestia” e, in alcuni casi, ad eliminarla (come i recenti successi terapeutici nel caso di leucemie e linfomi).
Chi può combattere questa battaglia a pro-nostro sono alcune cellule e proteine immunitarie: anticorpi, cellule Natural Killer, macrofagi e particolari cellule T dette CTL (Cytotoxic T Limphocytes) ed uno degli avanzamenti più recenti della terapia contro il tumore riguarda queste ultime: le cellule CTL.
Esiste un sistema di biongegneria cellulare che trasforma le cellule CTL in una sorta di “bomba intelligente” (in questo caso un’arma che favorisce la vita… una delle poche bombe utili) che riconosce specificamente un bersaglio e lo attacca in modo altamente selettivo; tale sistema è dato dalle famose cellule T-CAR (CAR: Chimeric Antigen Receptor).
In sostanza, prelevando tali linfociti dall’infiltrato tumorale di una persona malata e facendo in modo che esprimano un sistema di riconoscimento selettivo per quel tipo di tumore, si ha una terapia guidata che opera una sorta di “search and destroy” (cerca e distruggi) in stile militare. Tali linfociti, una volta prelevati, vengono infettati con un virus (di solito un vettore retrovirale come il virus HIV-1) che porta l’informazione necessaria per costruire il recettore (il metodo di riconoscimento) specifico per l’antigene tumorale e per far sì che i CTL lo esprimano sulla propria superficie (da qui la “chimera”): in tal modo l’azione delle cellule immunitarie diviene selettiva ed efficace. Una volta elaborate, tali cellule vengono reintrodotte nella persona malata perché svolgano la loro funzione.
La terapia non è scevra da effetti collaterali: si può instaurare una sindrome (sindrome da rilascio di citochine) che crea febbre piuttosto alta, è possibile l’effetto “on-target/off-tumor”, ossia il riconoscere l’antigene che, però, è presente anche in altre cellule “normali” ed altro, ma l’avanzamento tecnologico nella preparazione delle T-CAR e la sempre più profonda conoscenza del funzionamento sistemico del nostro apparato immunitario, consente una specificità sempre più alta ed una minore rilevanza degli effetti collaterali.
Nel 2018 il premio Nobel per la Medicina è stato assegnato a due scienziati che hanno portato alla luce dei riflettori proprio la terapia immunitaria contro il cancro: James Allison, statunitense, e Tasuku Honjo, giapponese, che hanno scoperto l’esistenza di particolari proteine che frenano il sistema immunitario; neutralizzandole, si attiva il sistema per combattere i tumori (https://www.nobelprize.org/) e questo dimostra quanto stia cambiando l’approccio alla terapia oncologica. Diversi libri possono esser letti per capirne un po’ di più: Michele Maio, “Il corpo anticancro. Come con l'immunoterapia si può vincere la lotta contro i tumori”, 2017, edizioni Piemme, Michele Maio e Giovanni Minoli, “Il cancro ha già perso. La rivoluzione da Nobel dell'immunoterapia dei tumori”, 2018, edizioni Piemme e Alberto Mantovani, “Bersaglio mobile. Il ruolo del sistema immunitario nella lotta al cancro”, 2018, Mondadori editore.
Personalmente credo che questa sia veramente la strada da intraprendere e che sempre più attenzione vada posta sul ruolo che il sistema immunitario ha nella patologia oncologica ed in questa calda estate, fatta di “gossip” più o meno politici, di ombrelloni che volano nei temporali estivi, di proclami da spiaggia (in senso letterale, dato che ormai siamo tutti un po’ da “party beach”) e da aperitivi alcolici con polemica sull’immigrazione, forse leggere qualcosa che ci riguarda da vicino e che interessa e da speranza a tanti malati, potrebbe essere un segno del vero cambiamento. Od almeno di averci provato…