Vi è una grande differenza tra viandante e viaggiatore.
Il grande saggio cinese Lao-tzu recitava: “Un lungo viaggio
di mille lì comincia con un solo passo” (“lì” era un’unità di
misura) e con ciò si cercava di far prendere coscienza che quel singolo passo,
in realtà, conteneva un senso infinito rispetto il raggiungimento della meta.
Questa è la differenza tra viandante e viaggiatore: il primo
gode del viaggio in sé, il secondo anela solamente di raggiungere la meta. Possiamo
scegliere, quindi, se esser viandanti o viaggiatori; possiamo decidere se valga
la pena accelerare e distogliere lo sguardo dal panorama per puntare solo alla meta
oppure godere della via che si percorre, certi che ogni “singolo passo”
trasforma la nostra esistenza intera.
Nell'attuale “società della prestazione”, l'atteggiamento del
viandante è sempre di più trascurato (se non totalmente dimenticato) e si vive una
sorta di “rigida fretta” per la quale, una volta che si è raggiunta la meta (un
successo nel lavoro, una condizione familiare desiderata, un acquisto che da
tempo volevamo fare od altro), non la si apprezza poiché la mente ne produce immediatamente
un’altra e poi un’altra ancora.
Puntuale ci assale l'ansia
per cui, anche se all’esterno appariamo molto attivi e dinamici, nel profondo del
nostro sé siamo consapevoli che la nostra vita, in realtà, non si muove di un
passo.
Sempre Lao-tzu usava dire: “Il tempo è una cosa creata, dire
“io non ho tempo” è come dire “io non lo voglio” e questo si allaccia bene al
concetto cui sopra.
Anche in questa frase vi è un senso profondo che identifica
un “tempo” diverso da quello scalare che tutti noi usiamo per misurare i
giorni, ma indica qualcosa di profondo che sfugge alle leggi delle lancette di
un orologio e non misura, ma attribuisce qualità alla nostra esistenza. Un “tempo
interiore” che, connesso al “singolo passo”, porta la considerazione della
propria permanenza su questo piccolo pianeta ad un livello molto più profondo
ed appagante.
In verità, noi abbiamo tutti gli strumenti perché questa
intima comprensione si realizzi, ma una sorta di “blocco” mentale porta ad
assumere atteggiamenti difensivi di posizioni annichilenti che autososteniamo,
adducendo motivazioni che, in qualche modo, inibiscono il nostro evolvere verso
uno stato più elevato di noi stessi.
Quante volte ci sentiamo dire che “è inevitabile comportarsi
in questo modo perché…. ho famiglia…. servono soldi… poi vado in pensione… il
lavoro almeno è sicuro…” ed altro ancora, castrando ogni possibile talento o
ogni giusta aspirazione ?
Conosco persone che hanno una splendida famiglia con due
figli, un’auto bellissima, un lavoro di carattere manageriale che frutta uno
stipendio altissimo, la possibilità di vacanze idilliache e vivono uno stato
continuo di frustrazione e di profondo vuoto, di intima insoddisfazione di sé e
di stati depressivi che cercano di compensare comprando sempre qualcosa di
nuovo, bello e costoso da esibire come vessillo di un’appartenenza (e di un’apparenza)
dettata solo da stereotipi negativi nei confronti della propria anima.
Per costoro il “singolo passo” vale molto poco.
A volte accade che qualcuno si rende conto del problema ed
inizia una sorta di retromarcia, ma si trova a combattere contro un sistema
volto a “macinare” l’individuo nell’ingranaggio di una falsa produttività che
non giova all’uomo, ma è solo frutto di un capitale impazzito.
Così, il “tempo interiore” viene zittito sin quando, grazie
al movimento dell’anima, non si manifesta brutalmente inducendo l’uso di
psicofarmaci.
Durante una conversazione con un mio carissimo amico, il
valore della “cultura” balzò fuori prepotentemente perché metro della civiltà
di un popolo.
Nonostante oggi la parola “cultura” sia spesso bistrattata
(a volte pure derisa), essa rappresenta ancora una grande opportunità e una
forza motrice verso il passaggio alla consapevolezza del viandante.
“Cultura” non significa imparare a memoria nozioni o
vantarsi con il prossimo delle proprie capacità mnemoniche o “nozionistiche”,
ma comprendere profondamente ciò che l’uomo ha realizzato nel corso della sua storia
ed assimilarlo, spesso liberandoci dal giogo delle inutilità e permettendo una
valutazione delle priorità che il nostro sé profondo urla ad alta voce;
significa “rallentare” il proprio tempo per imparare e dà valore all’apprendimento
ed a colui che “non sa” e che vuole conoscere ciò che il mondo ha riservato per
lui.
Questo sviluppa “intelligenza” che si manifesta in vari modi
possibili: operativi, teorici ed altro, rendendoci umili ma luminosi, aiutando
il nostro sé e silenziando l’ego che, in questo periodo critico, sta sempre di
più affossando la reale essenza di ognuno di noi.
Grazie a questo forte supporto (ed opportunità di crescita),
il “singolo passo” del viaggio diviene scoperta affascinante che porta
soddisfazione e pace, dando il giusto valore alle cose del viver quotidiano.
L’uso della mente così allenata rende molto più semplice il
passaggio all’introspezione ed alla meditazione, realizzando che “quando mi
libero di quello che sono, divento quello che potrei essere” (Lao-tzu).

