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venerdì 21 giugno 2019

Tra viandanti e viaggiatori


Vi è una grande differenza tra viandante e viaggiatore.
Il grande saggio cinese Lao-tzu recitava: “Un lungo viaggio di mille comincia con un solo passo” (“” era un’unità di misura) e con ciò si cercava di far prendere coscienza che quel singolo passo, in realtà, conteneva un senso infinito rispetto il raggiungimento della meta.
Questa è la differenza tra viandante e viaggiatore: il primo gode del viaggio in sé, il secondo anela solamente di raggiungere la meta. Possiamo scegliere, quindi, se esser viandanti o viaggiatori; possiamo decidere se valga la pena accelerare e distogliere lo sguardo dal panorama per puntare solo alla meta oppure godere della via che si percorre, certi che ogni “singolo passo” trasforma la nostra esistenza intera.
Nell'attuale “società della prestazione”, l'atteggiamento del viandante è sempre di più trascurato (se non totalmente dimenticato) e si vive una sorta di “rigida fretta” per la quale, una volta che si è raggiunta la meta (un successo nel lavoro, una condizione familiare desiderata, un acquisto che da tempo volevamo fare od altro), non la si apprezza poiché la mente ne produce immediatamente un’altra e poi un’altra ancora.
Puntuale ci assale l'ansia per cui, anche se all’esterno appariamo molto attivi e dinamici, nel profondo del nostro sé siamo consapevoli che la nostra vita, in realtà, non si muove di un passo.
Sempre Lao-tzu usava dire: “Il tempo è una cosa creata, dire “io non ho tempo” è come dire “io non lo voglio” e questo si allaccia bene al concetto cui sopra.
Anche in questa frase vi è un senso profondo che identifica un “tempo” diverso da quello scalare che tutti noi usiamo per misurare i giorni, ma indica qualcosa di profondo che sfugge alle leggi delle lancette di un orologio e non misura, ma attribuisce qualità alla nostra esistenza. Un “tempo interiore” che, connesso al “singolo passo”, porta la considerazione della propria permanenza su questo piccolo pianeta ad un livello molto più profondo ed appagante.
In verità, noi abbiamo tutti gli strumenti perché questa intima comprensione si realizzi, ma una sorta di “blocco” mentale porta ad assumere atteggiamenti difensivi di posizioni annichilenti che autososteniamo, adducendo motivazioni che, in qualche modo, inibiscono il nostro evolvere verso uno stato più elevato di noi stessi.
Quante volte ci sentiamo dire che “è inevitabile comportarsi in questo modo perché…. ho famiglia…. servono soldi… poi vado in pensione… il lavoro almeno è sicuro…” ed altro ancora, castrando ogni possibile talento o ogni giusta aspirazione ?
Conosco persone che hanno una splendida famiglia con due figli, un’auto bellissima, un lavoro di carattere manageriale che frutta uno stipendio altissimo, la possibilità di vacanze idilliache e vivono uno stato continuo di frustrazione e di profondo vuoto, di intima insoddisfazione di sé e di stati depressivi che cercano di compensare comprando sempre qualcosa di nuovo, bello e costoso da esibire come vessillo di un’appartenenza (e di un’apparenza) dettata solo da stereotipi negativi nei confronti della propria anima.
Per costoro il “singolo passo” vale molto poco.
A volte accade che qualcuno si rende conto del problema ed inizia una sorta di retromarcia, ma si trova a combattere contro un sistema volto a “macinare” l’individuo nell’ingranaggio di una falsa produttività che non giova all’uomo, ma è solo frutto di un capitale impazzito.
Così, il “tempo interiore” viene zittito sin quando, grazie al movimento dell’anima, non si manifesta brutalmente inducendo l’uso di psicofarmaci.
Durante una conversazione con un mio carissimo amico, il valore della “cultura” balzò fuori prepotentemente perché metro della civiltà di un popolo.
Nonostante oggi la parola “cultura” sia spesso bistrattata (a volte pure derisa), essa rappresenta ancora una grande opportunità e una forza motrice verso il passaggio alla consapevolezza del viandante.
“Cultura” non significa imparare a memoria nozioni o vantarsi con il prossimo delle proprie capacità mnemoniche o “nozionistiche”, ma comprendere profondamente ciò che l’uomo ha realizzato nel corso della sua storia ed assimilarlo, spesso liberandoci dal giogo delle inutilità e permettendo una valutazione delle priorità che il nostro sé profondo urla ad alta voce; significa “rallentare” il proprio tempo per imparare e dà valore all’apprendimento ed a colui che “non sa” e che vuole conoscere ciò che il mondo ha riservato per lui.
Questo sviluppa “intelligenza” che si manifesta in vari modi possibili: operativi, teorici ed altro, rendendoci umili ma luminosi, aiutando il nostro sé e silenziando l’ego che, in questo periodo critico, sta sempre di più affossando la reale essenza di ognuno di noi.
Grazie a questo forte supporto (ed opportunità di crescita), il “singolo passo” del viaggio diviene scoperta affascinante che porta soddisfazione e pace, dando il giusto valore alle cose del viver quotidiano.
L’uso della mente così allenata rende molto più semplice il passaggio all’introspezione ed alla meditazione, realizzando che “quando mi libero di quello che sono, divento quello che potrei essere” (Lao-tzu). 



venerdì 7 giugno 2019

Azzardo di stato


Stamattina, come di solito, entro nel bar di amici per fare colazione e, mentre chiacchero tranquillamente con una persona al banco, sento il tintinnio di monete che cadono in un contenitore metallico ed immediatamente dopo i suoni classici di una slot machine.
Istintivamente guardo l’orologio: sono le otto ed un quarto di mattina e già la slot machine “lavora” al pieno delle sue capacità.
“Sto pensando di toglierla” mi dice la barista “è un dramma !”
La ragazza, mentre mi serve il cappuccino, racconta di quante persone facciano la coda all’unica slot machine che ha nel locale e di quante ancora “bruciano” i loro soldi (pensioni o stipendi) nel gioco fatto di luci, colori e suoni che promette vincite impossibili da realizzare… od almeno altamente improbabili. Vi sono pensionati che esauriscono i loro risparmi già a metà del mese, grazie alla spinta compulsiva del gioco e ragazzi che esauriscono il proprio stipendio dietro alle figure di faraoni od avventurieri che appaiono, colorate e luccicanti, sugli schermi di queste “macchine infernali” simili alla famosa Christine nel romanzo del 1983 di Stephen King.
Nel “Manuale dei Disturbi Mentali” (DSM-IV-TR) tra i Disturbi del Controllo degli Impulsi adesso troviamo anche la “dipendenza da gioco” (Gioco d’azzardo patologico) caratterizzata dall’incapacità di resistere alla tentazione “persistente, ricorrente e maladattiva” di giocare somme di denaro piuttosto elevate. Le conseguenze della malattia si palesano nel deterioramento di ogni attività personale, familiare e lavorativa e risulta un “disturbo ossessivo-compulsivo” la cui “compulsione” genera una sorta di emozioni positive a cui non si riesce a rinunciare; spesso, infatti, chi è affetto da tale disturbo continua a giocare nonostante gli sforzi tesi a controllare, ridurre od addirittura interrompere il comportamento dannoso.
Nelle persone dipendenti dal gioco d’azzardo subentra il desiderio di realizzare una sorta di “avventura” praticando il gioco stesso con la risultante “eccitazione” che viene soddisfatta puntando somme di denaro man mano sempre più elevate. Nel tentativo, poi, di recuperare il denaro scommesso e perso, il malato viene costretto in una continua “gara” a giocare cifre sempre più alte, tentando di annullare la perdita.
Quando le possibilità di ottenere prestiti o di avere soldi “liquidi” da giocare si esaurisce, la vittima della dipendenza può ricorrere a comportamenti antisociali quali la frode, il furto od altre “soluzioni” che spingono la persona verso un baratro di difficile risalita.
I dati sono sconfortanti e per avere un’idea dello sfacelo sociale a cui stiamo assistendo basta dare un’occhiata al resoconto dell’Ufficio Stampa dell’Istituto Superiore della Sanità (ISS) per il 2018 reperibile a questo link: https://ufficiostampa.iss.it/?p=1335.
Secondo Roberto Natalini, matematico del CNR, è più probabile che un asteroide colpisca la terra che indovinare il famoso 6 al superenalotto; gli esperti del Centro Nazionale Ricerche hanno infatti quantificato in 1 su 40.000 le probabilità che nel 2036 l’asteroide 99942 Apophis investa il nostro pianeta, ma non solo: ad essere ottimisti, vi è molta più probabilità di ricevere soldi ad un bancomat digitando un numero a caso, si ha la probabilità di 1 su 90.000.
Vediamo ora altre probabilità per renderci conto del problema:
·         1 su 43.949.268 è la probabilità di indovinare una cinquina secca al lotto.
·         1 su 649.739 è la probabilità di avere alla prima mano una scala reale servita (una scala di cinque carte dello stesso seme) al gioco del poker.
·         1 su 38 è la probabilità di vincere alla roulette puntando su un solo numero.
Azzeccare la sestina del superenalotto ha una probabilità di solo 1 su 622.614.630 !
Riguardo le slot machine, poi, per ogni euro introdotto una parte dei soldi è trasferita all'erario ed ai gestori; le macchinette dei tabaccai e dei bar ridistribuiscono solo il 75% di quello che viene giocato, per cui anche se io fossi l'unico cliente della macchinetta e continuassi a giocare, potrei riavere solo il 75% di quello che ho versato.
È impossibile non andare in perdita.
Almeno un 25%, sempre che non ci siano altri giocatori (nel qual caso le “probabilità di vincita” peggiorano), andrà perso. Non solo non si può vincere, ma non si può nemmeno andare in pari !
Si pensi, inoltre, che giocare il famoso “Win for life” implica che per vincere 4000 euro al mese per 20 anni si ha la probabilità di 1 su 3.000.000: è impossibile vincere.
A questi punti le domande sono molte, compresa quella per cui, uno stato civile permetta uno scempio del genere.
Ho sempre pensato che la decadenza di una società passi anche per la “fede” nei giochi d’azzardo: quando l’orizzonte si restringe, anche uno scoglio diviene il miraggio dell’isola che non c’è.