Quando il “nulla” dilaga, la mente non può altro fare che
cercare il proprio annullamento per adattarsi a tale forma di vuoto sostanziale.
La poetessa Alda Merini scrisse “c’è gente che parla per
riempire il vuoto della sua intelligenza” e, quasi profeticamente, individuò
uno dei mali che affliggono ed opprimono, grazie ad una sorta di virtuale
schiavitù, la mente di molti di noi.
La pigrizia imposta in modo mass-mediatico alla società,
importa ed impone modelli di esistenze totalmente avulse dalla realtà che,
benché si creda di essere immuni dall’influenza di queste, lasciano tracce
profonde che tendono a compensare la frustrazione o l’insoddisfazione dei molti
ignari che si lasciano “coccolare” da tali modelli.
La necessità di “fuga” dal quotidiano, che inevitabilmente
crea problemi da risolvere od impone decisioni da prendere, è uno dei motori
principali su cui si basa questa sorta di anestesia intellettiva della massa che
letteralmente (e, più o meno, lentamente) rincretinisce di fronte ad immagini
che costruiscono un mondo patinato ed artificiale nel quale corrono pseudo-moralisimi
in assenza totale di Etica e nel quale, pigramente, ci si può adagiare
alimentando le basse pulsioni umane che risultano molto “economiche” a livello
di dispendio energetico mentale (poiché già “precostituite” da mielose
circostanze sociali e arricchite da immagini ritenute socialmente “vincenti”)
e, quindi, di facile digeribilità.
Tramite l’apoteosi dell’arroganza e dell’ignoranza, si
inducono bisogni fittizi e del tutto inadeguati che spingono verso un comportamento
sociale inutile (spesso nocivo) e corredato di presunte necessità esistenziali
che nulla hanno a che vedere con la vita propria di ognuno di noi, ma che sono
droghe mentali che assuefanno l’individuo né più, né meno come l’azione della
metanfetamina che dopo un “rush” momentaneo (forma di esaltazione e apparente
felicità) lascia la persona in balia di ciò che non può avere (perché non è
possibile avere, data l’artificiosità della cosa) e nella frustrazione di non
poter appartenere a quel genere di “format” ormai inserito nella mentalità di
chi viene sottoposto a tale deviazione, un po’ come le scene finali del film “Arancia
Meccanica” dove Alex, il criminale senza legge (A-Lex), si risveglia in
ospedale con collo, braccia e gambe ingessati. Mentre i giornali pubblicano accuse
contro il governo, colpevole di aver sperimentato sul ragazzo la temibile “cura
Ludovico”, i genitori, pentiti per averlo cacciato di casa, vanno a fargli
visita ed anche il Ministro degli Interni lo va a trovare e quasi con fare
paterno, aiuta Alex a mangiare e stipula con quest’ultimo un patto che
garantirà al giovane uno stipendio ed al governo la possibilità di salvare la
faccia. Ora che gli effetti della “cura Ludovico” sono scomparsi, Alex può
esclamare con fare canzonatorio: “Ero guarito, eccome !”. Nel frattempo, da un
imponente stereo regalatogli dal Ministro, fuoriescono le note trionfali dell’Inno alla gioia.
La nostra “cura Ludovico” non si basa tanto sulla violenza
fisica, quanto su quella psicologica impartita da modelli ed immagini quasi al
limite dell’astrattismo e dove si tenta di inculcare un’idea del mondo e della
vita che si arricchisce di persone di bellezza sopra la media (al limite dell’imbarazzante,
condite da chirurgie plastiche e iniezioni di botulino), con fisico spesso
scolpito da ore ed ore di palestra ed abbronzato nella maggior parte dei casi;
la comunicazione è fatta esclusivamente tramite un modo di agire e di parlare
spesso aggressivo (quasi sempre assertivo) ed una certa schiettezza nel dire le
cose agli altri che implica la cafonaggine (non la sincerità, che è ben altra
cosa) che inevitabilmente offende a titolo e gratuito. L’ignoranza, qui, è
vessillo di successo.
Ovviamente lo stile di vita imposto è dispendioso ed il
classico “soldo facile” ogni tanto fa capolino come una sorta di chimera che
vaga qua e là tra i partecipanti all’esperimento mediatico, ormai definito come
“reality show”: il paradosso che gestisce la realtà equiparandola alla pura finzione.
Un valore aggiunto sembra pure essere il non prestare attenzione al prossimo (spesso in tali programmi
si dimentica pure il nome dell’interlocutore) e l’esibire un forte
menefreghismo che viene confuso con una certa “superiorità”: panegirico della
sbruffoneria ed apoteosi della strafottenza.
Insomma, un trionfo dell’egocentrismo ignorante che permette
uno spaventoso, dilagante e prepotente “nulla”.
Nessuno può pretendere di possedere il giusto “metro” per
stabilire cosa sia giusto o sbagliato, data la forte mutabilità dei tempi e,
con essi, della morale, ma la sensazione che si ha è quella per cui determinati
programmi televisivi (definiti “format”) gestiti abilmente da conduttori
che, con molta probabilità hanno vissuto nell’antica Sparta (gettando dal Taigeto
coloro che “vengono male”), indirizzano la “morfologia ideologica” della
situazione verso comportamenti alieni all’essere, sfruttando maschere e forme
di esistere del tutto improbabili per “indottrinare” il malcapitato spettatore verso un
anestetizzante nulla, permettendo un’apatia sociale che non ha precedenti e
rovinando le aspettative di vita dei più deboli, mentalmente parlando.
Così, urli, bestemmie (a volte punite con l’esclusione dal
programma, ma sempre oggetto di discussione tra gli spettatori), gesti
inconsulti, imprecazioni in una lingua che poco ha a che vedere con l’italiano
e tante altre amenità sono sdoganati come se fosse “cosa logica e reale”.
Questo non è stupido e inutile “moralismo”, ma solo
preoccupazione.
Aristotele trattava la tragedia greca come forma d’Arte che eleva
l’uomo; nella sua “Poetica” egli scrive che “La tragedia è dunque imitazione
di una azione nobile e compiuta [...] la quale per mezzo della pietà e della paura
finisce con l'effettuare la purificazione di cosiffatte passioni" e
questo avviene tramite la catarsi, la purificazione, attraverso pulsioni
come l’empatia.
Secondo quest'Arte, difatti, la tragedia è una sorta di
imitazione della realtà, amplificata "in senso tragico", grazie alla "mimesi"
(imitazione) e "pathos" (empatia con l’eroe tragico tramite le
sue emozioni). L’uomo, in tal modo, rivive situazioni reali e la “caduta
dell'eroe tragico” è fondamentale per percepirne la sua grandezza e trarre
profitto dalla storia. Insomma, da uno spettacolo del genere si ottiene una
sorta di purificazione spirituale e di positivo insegnamento interiore.
L’Arte ed il puro intrattenimento devono sì alleviare la
pesantezza del quotidiano ma, anche se non riescono ad “innalzare lo spirito”,
almeno non tentino di abbruttirlo con nefandezze e bassezze che inebetiscono e
rimbecilliscono, spacciando il tutto per semplici “prodotti d’intrattenimento”.


