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giovedì 12 dicembre 2019

Se il nulla dilaga... il format risponde !


Quando il “nulla” dilaga, la mente non può altro fare che cercare il proprio annullamento per adattarsi a tale forma di vuoto sostanziale.
La poetessa Alda Merini scrisse “c’è gente che parla per riempire il vuoto della sua intelligenza” e, quasi profeticamente, individuò uno dei mali che affliggono ed opprimono, grazie ad una sorta di virtuale schiavitù, la mente di molti di noi.
La pigrizia imposta in modo mass-mediatico alla società, importa ed impone modelli di esistenze totalmente avulse dalla realtà che, benché si creda di essere immuni dall’influenza di queste, lasciano tracce profonde che tendono a compensare la frustrazione o l’insoddisfazione dei molti ignari che si lasciano “coccolare” da tali modelli.
La necessità di “fuga” dal quotidiano, che inevitabilmente crea problemi da risolvere od impone decisioni da prendere, è uno dei motori principali su cui si basa questa sorta di anestesia intellettiva della massa che letteralmente (e, più o meno, lentamente) rincretinisce di fronte ad immagini che costruiscono un mondo patinato ed artificiale nel quale corrono pseudo-moralisimi in assenza totale di Etica e nel quale, pigramente, ci si può adagiare alimentando le basse pulsioni umane che risultano molto “economiche” a livello di dispendio energetico mentale (poiché già “precostituite” da mielose circostanze sociali e arricchite da immagini ritenute socialmente “vincenti”) e, quindi, di facile digeribilità.
Tramite l’apoteosi dell’arroganza e dell’ignoranza, si inducono bisogni fittizi e del tutto inadeguati che spingono verso un comportamento sociale inutile (spesso nocivo) e corredato di presunte necessità esistenziali che nulla hanno a che vedere con la vita propria di ognuno di noi, ma che sono droghe mentali che assuefanno l’individuo né più, né meno come l’azione della metanfetamina che dopo un “rush” momentaneo (forma di esaltazione e apparente felicità) lascia la persona in balia di ciò che non può avere (perché non è possibile avere, data l’artificiosità della cosa) e nella frustrazione di non poter appartenere a quel genere di “format” ormai inserito nella mentalità di chi viene sottoposto a tale deviazione, un po’ come le scene finali del film “Arancia Meccanica” dove Alex, il criminale senza legge (A-Lex), si risveglia in ospedale con collo, braccia e gambe ingessati. Mentre i giornali pubblicano accuse contro il governo, colpevole di aver sperimentato sul ragazzo la temibile “cura Ludovico”, i genitori, pentiti per averlo cacciato di casa, vanno a fargli visita ed anche il Ministro degli Interni lo va a trovare e quasi con fare paterno, aiuta Alex a mangiare e stipula con quest’ultimo un patto che garantirà al giovane uno stipendio ed al governo la possibilità di salvare la faccia. Ora che gli effetti della “cura Ludovico” sono scomparsi, Alex può esclamare con fare canzonatorio: “Ero guarito, eccome !”. Nel frattempo, da un imponente stereo regalatogli dal Ministro, fuoriescono le note trionfali dell’Inno alla gioia.
La nostra “cura Ludovico” non si basa tanto sulla violenza fisica, quanto su quella psicologica impartita da modelli ed immagini quasi al limite dell’astrattismo e dove si tenta di inculcare un’idea del mondo e della vita che si arricchisce di persone di bellezza sopra la media (al limite dell’imbarazzante, condite da chirurgie plastiche e iniezioni di botulino), con fisico spesso scolpito da ore ed ore di palestra ed abbronzato nella maggior parte dei casi; la comunicazione è fatta esclusivamente tramite un modo di agire e di parlare spesso aggressivo (quasi sempre assertivo) ed una certa schiettezza nel dire le cose agli altri che implica la cafonaggine (non la sincerità, che è ben altra cosa) che inevitabilmente offende a titolo e gratuito. L’ignoranza, qui, è vessillo di successo.
Ovviamente lo stile di vita imposto è dispendioso ed il classico “soldo facile” ogni tanto fa capolino come una sorta di chimera che vaga qua e là tra i partecipanti all’esperimento mediatico, ormai definito come “reality show”: il paradosso che gestisce la realtà equiparandola alla pura finzione. Un valore aggiunto sembra pure essere il non prestare attenzione al prossimo (spesso in tali programmi si dimentica pure il nome dell’interlocutore) e l’esibire un forte menefreghismo che viene confuso con una certa “superiorità”: panegirico della sbruffoneria ed apoteosi della strafottenza.
Insomma, un trionfo dell’egocentrismo ignorante che permette uno spaventoso, dilagante e prepotente “nulla”.
Nessuno può pretendere di possedere il giusto “metro” per stabilire cosa sia giusto o sbagliato, data la forte mutabilità dei tempi e, con essi, della morale, ma la sensazione che si ha è quella per cui determinati programmi televisivi (definiti “format”) gestiti abilmente da conduttori che, con molta probabilità hanno vissuto nell’antica Sparta (gettando dal Taigeto coloro che “vengono male”), indirizzano la “morfologia ideologica” della situazione verso comportamenti alieni all’essere, sfruttando maschere e forme di esistere del tutto improbabili per “indottrinare” il malcapitato spettatore verso un anestetizzante nulla, permettendo un’apatia sociale che non ha precedenti e rovinando le aspettative di vita dei più deboli, mentalmente parlando.
Così, urli, bestemmie (a volte punite con l’esclusione dal programma, ma sempre oggetto di discussione tra gli spettatori), gesti inconsulti, imprecazioni in una lingua che poco ha a che vedere con l’italiano e tante altre amenità sono sdoganati come se fosse “cosa logica e reale”.
Questo non è stupido e inutile “moralismo”, ma solo preoccupazione.
Aristotele trattava la tragedia greca come forma d’Arte che eleva l’uomo; nella sua “Poetica” egli scrive che “La tragedia è dunque imitazione di una azione nobile e compiuta [...] la quale per mezzo della pietà e della paura finisce con l'effettuare la purificazione di cosiffatte passioni" e questo avviene tramite la catarsi, la purificazione, attraverso pulsioni come l’empatia.
Secondo quest'Arte, difatti, la tragedia è una sorta di imitazione della realtà, amplificata "in senso tragico", grazie alla "mimesi" (imitazione) e "pathos" (empatia con l’eroe tragico tramite le sue emozioni). L’uomo, in tal modo, rivive situazioni reali e la “caduta dell'eroe tragico” è fondamentale per percepirne la sua grandezza e trarre profitto dalla storia. Insomma, da uno spettacolo del genere si ottiene una sorta di purificazione spirituale e di positivo insegnamento interiore.
L’Arte ed il puro intrattenimento devono sì alleviare la pesantezza del quotidiano ma, anche se non riescono ad “innalzare lo spirito”, almeno non tentino di abbruttirlo con nefandezze e bassezze che inebetiscono e rimbecilliscono, spacciando il tutto per semplici “prodotti d’intrattenimento”.





mercoledì 4 dicembre 2019

Divieni ciò che sei


Avere il diritto di sognare è una prerogativa di ognuno, osare di realizzare ciò che si sogna è il coraggio di pochi.
Spesso, giunti al superamento di una soglia di età come quella dei cinquant’anni, molti disperano di non aver raggiunto ancora ciò che avevano prefisso ed in tanti mollano la via per accomodarsi su di una sorta di apatia funzionale che porta, lentamente, ad una frustrata accettazione di ciò che “non è andato”.
Si è spinti a guardare alle varie età passate come al “tempo prezioso”, l’epoca fortunata in cui tutto si poteva fare, ma qualcosa è andato storto e certo la pressione mediatica non aiuta poiché vi è una sorta di blocco mentale sul considerare le varie soglie di età come elementi decadenti e poco produttivi sia per sé stessi che per la società.
Sebbene vi siano elementi oggettivi per i quali non siamo ancora preparati a considerare la “maturità” come un’occasione aggiuntiva nella nostra vita, spesso si riesce a respirare una brezza di maggior libertà proprio nel considerare che, arrivati ad un punto della nostra esistenza, si possa mollare (finalmente) orpelli inutili per andare diritti e spediti verso qualcosa che riteniamo più utile per noi e per la nostra serenità, rigenerando la mente proprio grazie alla forza dell’esperienza e della nuova consapevolezza di esistere dettata da trascorrere del tempo.
Mentre la nostra attenzione si sposta sul cercare di mantenere il fisico sempre in condizioni “efficienti” (a volte sfiorando il senso narcisistico di una bellezza esteriore che richiama una melanconia del “come eravamo”), prestiamo pochissima attenzione a quello che accade nella nostra interiorità ed alla nostra intima necessità di “essere”, non considerando che proprio in questo esatto istante abbiamo le armi per riuscire in questa difficile impresa.
Invecchiamento e maturazione non sono sinonimi, ma connotazioni diverse che indicano situazioni differenti. La forza del carattere, da non confondere con l’arroganza di apparire, spesso implicita nell’ignorante (non solo culturalmente, ma sempre più spesso anche da colui che “ignora” la sua interdipendenza sociale, pur avendo un grado di scolarizzazione elevato, e basa la sua esistenza su pulsioni esclusivamente materiali e tendenzialmente “arrivistiche”) e in chi, ahimè, soffre di una qualche condizione psicologica negativa, si manifesta nella fermezza di intenti molto spesso “recuperati” da momenti in cui era praticamente impossibile realizzarli.
Se è vero che “ogni cosa deve avvenire al giusto momento”, allora è altrettanto vero che la maturazione imposta dall’esperienza della vita offre a tutti noi spazi dove è possibile rivedere le proprie posizioni ed adattarle al proprio scopo di vita.
“Invecchiare bene” (come detto poc’anzi il termine è improprio, ma molto in voga) non significa solo arrivare a 50 anni dimostrandone 40, ma il riuscire a portare a compimento, ossia a “maturare”, le nostre potenzialità individuali e il nostro “esser sé stessi”: diventare via via ciò che davvero siamo destinati a essere.
La realizzazione di questo impedisce l’attecchire di quell’atteggiamento negativo di chi si aspetta solo il peggio dal passare del tempo e che causa un lento ed inesorabile impoverimento del senso di esistere già a 50 anni che vengono così interpretati come una sorta di “giro di boa”, come una “fine dei giochi” che rendevano la nostra vita meritevole d’esser vissuta (da qui la crisi depressiva che si riscontra in molti di noi).
Si resta come “bloccati in sé stessi” senza attenderci molto da ciò che ci circonda e nutrendo aspettative che esulano dalle necessità a noi vitali: rendiamo inaccessibile il centro della nostra individualità che respinge od accetta la parte conflittuale che emerge nel nostro “trascorrere la vita così com’è”.
Si nutre una sorta di “egoismo dell’io” che prospera sull’idea del comando, sul fatto di essere i “padroni incontrastati” dei processi della nostra vita, delle motivazioni e dei desideri che, invece, mutano istante dopo istante rendendo il Senso della vita un ideale verso cui non esiste strada, un’Arte per la quale non vi è tecnica e sta proprio qui la meraviglia del “maturare”. Aggrapparsi ai “modelli di vita” imposti o generati schematicamente nella nostra mente, significa generare una sorta di “precetti” che stagnano dentro di noi e che, inevitabilmente, producono falsità, una sorta di ipocrisia interiore che lentamente permette il crogiolarsi nell’esserne vittima.
Il saggio taoista moderno Alan Watts sosteneva che una delle più grandi fortune dell’uomo è il rendersi conto che “poiché tutto è perduto, non c’è più niente da perdere” e la considerava una sorta di “liberazione” paragonabile al volo degli uccelli nel vento ed alla loro deriva in un cielo sconfinato dove “tutto è possibile”.
Sempre lo stesso Watts sostiene che “l’uomo non inizia a vivere finché non ha perduto sé stesso, finché non ha rilasciato la stretta ansiosa che tiene normalmente sulla sua vita, la sua proprietà, la sua reputazione, la sua posizione” e quest’ansia deriva dalla necessità di tenere in piedi una maschera imposta dall’immagine che creiamo e che ci rifiutiamo di “aggiornare” in base alla maturazione degli eventi e dal trascorrere del tempo.
L’esser capaci di comprendere che solo nella maturità possiamo raggiungere quello che dobbiamo realizzare nella vita è uno dei “farmaci” fondamentali che evita il soffermarsi su aspetti “superficiali” relativi all’età che avanza (un metabolismo che rende difficile il dimagrimento, ad esempio) e ribalta il concetto predefinito e stantio di “maturità” (intesa, in modo errato, come sinonimo di invecchiamento) che diviene invece “l’età della passione”.
La vita cambia e noi con essa, ma “né il passato né il futuro hanno alcuna esistenza al di là di questo Ora: di per sé sono mere illusioni. La vita esiste solo in questo momento, e in questo momento è infinita ed eterna. Si può credersi in disarmonia con la vita ed il suo eterno Ora; ma non si può esserlo, perché tu sei la vita ed esisti Ora” (Alan Watts).



martedì 5 novembre 2019

Dire "ti amo" ad una cellula


Da tempo immemore nell’uomo esiste la spinta al mistero che si cela oltre la materia e, tra pulsioni esoteriche e studi volti alla comprensione di sfere spirituali, l’animo umano vola in dimensioni spesso sconosciute ed ignote che, a tratti, rivelano condizioni inaspettate e lasciano intuire l’esistenza di qualcosa che si spinge oltre l’umano comprendere.
Il “mistero dei misteri”, come scritto nell’antica opera cinese Daodejing, diviene porta verso un Assoluto che risulta quasi un “a-priori” inscindibile della nostra mente.
Queste ricerche sono bellissime ed affascinanti e si ammantano dell’aura antiche tradizioni che hanno condotto l’uomo verso lidi sconosciuti e verso una continua ricerca di quel “quid” che lo identifica come essere spirituale e non solo materiale ed animico.
Il problema sorge quando, come si suol dire, si confonde “la lana con la seta” (in gergo toscano sarebbe “il culo con le quarant’ore”), ossia quando si scrivono fesserie enormi cercando di farle passare come “rivelazioni” che uniscono i due mondi (spirituale e materiale) demolendo confini che, invece, sono da mantenere proprio per comprendere laddove inizia una dimensione e ne termina un’altra.
Su internet (spesso tra i vari social media) gira un articolo dove si annuncia la possibilità di parlare (letteralmente) con le proprie cellule, stimolandone un’eventuale guarigione. Lo scritto in questione, nonostante le fandonie riportate, è molto carino e si trovano scritte fantasie molto romantiche: “ogni cellula del nostro corpo ha una sua consapevolezza e un’anima propria” od anche “il nostro corpo può sentirci, per questa ragione noi possiamo collaborare con lui per ristabilire una condizione di salute equilibrata” e tanto altro, sino a giungere al prezioso consiglio di scegliere una cellula qualsiasi (cerebrale o di altro tessuto) e dirle “ti amo”.
Lo confesso e chiedo perdono: ho riso per circa dieci minuti.
Bellissimo è pure il tentativo di giustificare il tutto attraverso fantomatici studi scientifici (inesistenti) con link verso articoli dello stesso sito che nemmeno riportano autori o riviste dove tali scoperte sarebbero state pubblicate (ad esempio, lo studio per cui parole e frequenza influenzano il DNA ad opera di misteriosi scienziati russi… ormai si sa: quando c’è qualcosa di “paranormale” i russi entrano sempre in gioco) e affascinante è la quantità di affermazioni scientifiche tratte da un libro di biologia delle scuole superiori unite a divagazioni pseudo-esoteriche che, alla fine, riportano tutto a tecniche non precisate di una sorta di meditazione.
Insomma, perdonatemi di nuovo, ma credere a queste stupidaggini è veramente da babbei.
Lo scrivere queste notizie “new age” è molto pericoloso: si illude ad un processo di autoguarigione che così illustrato non esiste affatto e si getta discredito su antiche tradizioni che mai si sono sognate di “sparare” fandonie del genere.
In un altro articolo del medesimo sito si narra di un “comportamento vibrazionale del DNA” scoperto negli stessi studi cui sopra (questi scienziati russi…..) che hanno dimostrato che: “la sostanza vivente del DNA (nel tessuto vivo, non quella in vitro) reagisce sempre ai raggi laser modulati dal linguaggio così come alle onde radio, se viene utilizzata la frequenza appropriata. […] È del tutto normale e naturale per il nostro DNA reagire al linguaggio”.
Oltre all’improbabile ritorno al vitalismo ottocentesco (la sostanza vivente del DNA), sarebbe curioso il sapere come hanno sperimentato tutto questo nei “tessuti vivi” con “raggi laser modulati dal linguaggio” che appare quasi un’opera degna di una regia di Lucas per un ulteriore prequel di “Star Wars”.
Come detto prima, tutto questo è molto pericoloso e mi auguro che in molti sorridano nel leggere queste sciocchezze e non credano a queste scemenze. È pericoloso perché, ahimé, chi è in una sorta di girone infernale imposto da una grave malattia (il cancro, ad esempio) tende a provare, leggere e mettere in atto qualsiasi forma alternativa di cura. Sia ben chiaro: se viene eseguita una terapia scientifica ed efficiente e, parallelamente, si decide di dir “ti amo” alle proprie cellule, va bene così… ma se quella dichiarazione di amore tende a sostituire od a gettar discredito su terapie che possono veramente salvare la vita, allora il problema sorge ed è molto rilevante.
Il passaggio finale dell’articolo sul “DNA vibrazionale” ha poi uno slancio di fantasia che, a mio modesto parere, ritengo ineguagliabile: “Tornando al DNA, si è anche scoperto che esso sia un superconduttore organico che lavora alla temperatura normale del corpo. Un superconduttore artificiale richiede temperature estremamente basse per funzionare. È stato scoperto di recente che tutti i superconduttori possono immagazzinare luce e quindi le informazioni. Questo rappresenta una spiegazione ulteriore di come il DNA possa memorizzare le informazioni, nonché un ulteriore passo da gigante verso la comprensione della nostra realtà e di come siamo costituiti”; al di là della temperatura costante (omeostasi termica) in cui il nostro organismo funziona (superconduttore alle basse temperature… addio !), l’idea che il DNA possa funzionare come un “cromoforo” (ossia un atomo o un “gruppo funzionale” di una molecola capace di assorbire energia dallo spettro del visibile) è a dir poco folle e che poi, grazie a tale attività, lo stesso DNA immagazzini informazioni… beh… direi che è il caso di lasciar perdere.
Più che un passo da gigante verso la comprensione della nostra realtà, è un buon mezzo per prendere in giro le persone, diffondere baggianate pericolose e spingere “creduloni” verso direzioni inutili.
Da costoro occorre inevitabilmente prendere le dovute “distanze”…