Sempre di più, mai di meno.
Ogni volta qualcosa di più, sempre una miglioria o un oggetto che si crede possa esser utile per avere una vita serena, compiuta, realizzata, di successo ed apprezzabile, spesso agli occhi degli altri. Il “giudizio sociale” del possedere le cose “giuste”, quelle che possono elevarci e darci un po' di dignità ed esser così inseriti nelle visioni profonde del nostro ego mai soddisfatto e sempre in corsa dietro il feticcio della società dei consumi e delle apparenze.
L’acculturazione (come la definiva il grande Pasolini) per cui è impedito lo slancio creativo, la personalità sincera dove ognuno riesce ad esprimere al meglio i propri talenti, è il vero motore inibitore della libertà. Attenzione: non la cultura, ma l’acculturazione, ossia quell’insieme nozionistico acritico e mal pensato che rende ognuno presunto esperto dell’argomento del momento. Dallo scoprire di avere una società ricca di virologi ed immunologi, alla manifestazione di intolleranza dei più, ormai provetti allenatori di calcio, nei confronti di un cambio di ruolo di un giocatore della nazionale, il passo è breve.
Direi quasi che è un problema atavico, ma fa sorridere quando il barista emette una sentenza scientifica ben precisa (ed ovviamente falsa) sulla inefficienza dei vaccini e non ascolta chi tenta di spiegare come mai ha detto una castroneria (avendo alle spalle anni ed anni di sacrifici di studio sulla materia), alzando la voce e proferendo i classici luoghi comuni idioti ed ignoranti.
Siamo così… si parte da un appartamento di 70 mq e si vuole arrivare all’attico di 300 mq con terrazza e piscina senza rendersi conto di quanto, in verità, manca dentro di noi e non fuori (senza poi nemmeno fare calcoli sulle reali possibilità economiche). Non è da inibire il sogno, ci mancherebbe ! Ma quando questi si basano sui concorrenti di Temptation Island o di Uomini e Donne, la situazione si fa seria e preoccupante. Si assiste ad una distorsione multimediale della realtà oggettiva senza precedenti che conduce verso una falsa affermazione di sé.
Siamo partiti dalla convinzione per cui ogni opinione vale quanto un’altra (palesemente errato) sino a giungere alla persuasione per cui tutti possono fare qualsiasi mestiere ed esprimere qualsiasi pensiero distorto. Il tempo di riflettere e di ricercare le radici di un interesse non è più concesso perché siamo ormai abituati ai classici 30 secondi di attenzione e lettura della pagina web, per cui ogni tempo che supera tale soglia diventa faticoso, soprattutto se scorriamo le informazioni girando la pagina di un libro stampato e non strusciamo il dito su di uno schermo più o meno grande.
L’intontimento genera barbarie, che sia emotiva o fisica poco importa: sempre rozzezza ed arretratezza resta ed è in tal modo che la stupidità e la cretina generalizzazione divengono vessilli da difendere a tutti i costi.
Un giorno, una persona di valore che stimo molto, ebbe a dirmi che chi ama studiare, applicarsi e ricercare conduce una via solitaria ed è amaramente vero questo. Quando la solitudine, però, è ricercata diviene un piacere ed uno stimolo, quando, però, questa è imposta da una mediocrità imperante diviene fonte di sconforto e di isolamento forzato. Ci siamo dentro, come l’inizio del film fanta-comico “Idiocracy” dove la società vira verso una fine certa e meschina e dove il più mediocre diventa eccelso.
Una volta avevamo classi dirigenti che si contornavano dei più capaci e preparati (nonché qualificati) perché erano perfettamente consapevoli che la crescita del gruppo dava loro lustro ed onore; adesso i medesimi si circondano di idioti acritici, poco preparati e sicuramente nulla qualificati perché temono semplicemente di perdere il posto di successo. E tutti si appiattisce verso il basso, si livella ad uno strato di mediocre esistenza dove l’unica possibilità di emergere è il possedere sempre di più e sempre più in grande, non rendendosi conto che, come Palahniuk scrive nel suo libro “Fight Club”, le cose che si possiedono alla fine ci possiederanno a loro volta.
Siamo talmente capaci di generare l’illusione di noi che siamo disposti a rinunciare alla semplicità per affondare nella complessità autodistruttrice, facendo sì che la montagna partorisca il famoso topolino.
Wayne Dyer, nel suo libro “Le vostre zone erronee”, scrive: “Non è facile pensare in modo nuovo. Sei abituato a certi pensieri ed a quelli, debilitanti, che ne conseguono. Spogliarti del tuo abito mentale richiede molto lavoro. La felicità è facile, ma imparare a non essere infelici può essere arduo […]. La difficoltà consiste nel disimparare tutti quei “dovrei” e “avrei dovuto” digeriti in passato”.
Dyer indica una via affatto semplice, ma non per questo impossibile e non necessaria. Martellati da un duplice condizionamento, sociale e spesso familiare, ci dividiamo tra una mediocrità imposta e sensi di colpa arcaici ed anacronistici che impediscono qualsiasi realizzazione.
Siamo una società forse “ancora vecchia” ed un po' arretrata e difendiamo la posizione con i presunti “valori morali” che, in verità, sono del tutto fuorvianti e pericolosi perché inducono la stagnazione di Sé, una forma di palude che impedisce la piena espressione della mente e delle relative capacità (sia logiche che operative). Ogni giorno, allora, qualcosa di meno e non in più; occorre eliminare le zavorre e concentrarci sull’essenza, abrogare l’apparenza a pro della sostanza. Niente “avrei dovuto”, ma “dovrò fare” perché il debito più grande lo abbiamo nei confronti di noi stessi.
