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martedì 25 agosto 2020

Una breve storia felice

 

Una breve storia felice.

A volte alcuni si chiedono se riusciranno mai a far qualcosa che possa aiutare qualcuno a comprendere meglio una malattia oppure a quantificare un danno che questa può creare per una possibile terapia o migliorare una esistente. Poi mettete la passione, l’amore per la biologia, in questo caso per il sistema immunitario, e la matematica e quella passione che stenta a placarsi perché, alla fine, è quello che si ama fare e che per molto tempo abbiamo sempre cercato di fare con amore e passione, pur avendo pochi soldi in tasca e pochi “appoggi” in giro.

Così il caso volle che due amici (ormai lo possiamo dire) a distanza di migliaia di chilometri: un neo-biologo con un amore smisurato per le neuroscienze ed il sistema immunitario ed una matematica che incessantemente vive con il cuore nella creatività dei numeri, hanno cercato di capire cosa accade quando un virus del tutto nuovo colpisce l’uomo creando una pandemia.

Gli autori in questione, armati solo della passione e di un paio di computer (neanche di nuova generazione), costretti da una quarantena imposta dall’emergenza biologica, si sono messi notte e giorno (soprattutto la notte ahimé, visto il fuso orario) a cercar di capire, studiare ed immaginare come avvenisse il contagio da SARS-CoV2 ed hanno creato un modello matematico frutto solo ed esclusivamente della mente e della tenacia, che tentasse di quantificare l’infezione ed il periodo di incubazione.

I due hanno pubblicato, nonostante nel panorama scientifico mondiale fossero degli “ignoti”... un italiano ed una pakistana…

Il modello è “riuscito”… ha avuto successo ed ha spiegato, con efficienza, ciò che gli autori volevano intendere, contribuendo a chiarire un quadro di per sé caotico come quello di una pandemia in corso.

Così, mentre gli estensori, inconsapevoli dell’utilità del loro lavoro, continuano ad oggi con le loro ricerche, uniti da un’intesa scientifica che ha permesso la creazione di un valido team (ignoto ai più), l’articolo ha conquistato prima una copertina internazionale, poi un aggiornamento scientifico dell’Istituto Superiore di Sanità Italiano ed adesso citato in un ulteriore articolo: “Sohail et al. [15] designed a mathematical model  which leads to interaction of ACE-2 protein and S protein sequence of amino acid with the help of Hill function. The designed model helps to know the time period that Covid-19 can take to malign the body cell and start its spread, which can also help to know incubation period” (Sohail et al. [15] hanno progettato un modello matematico che porta all'interazione della proteina ACE-2 e della sequenza aminoacidica della proteina S con l'aiuto della funzione di Hill. Il modello progettato aiuta a conoscere il periodo di tempo che Covid-19 può impiegare per infettare le cellule del corpo e iniziare la sua diffusione, il che può anche aiutare a conoscere il periodo di incubazione), lasciando intendere, ormai, che il modello è entrato nel panorama internazionale come riferimento.

L’articolo da cui emerge questa bellissima constatazione è: Shastri S, Singh K, Kumar S, Kour P, Mansotra V, “Time series forecasting of Covid-19 using deep learning models: India-USA comparative case study”, Chaos Solitons Fractals. 2020;140:110227, da una rivista del prestigioso circuito Elsevier ed è un articolo che analizza uno studio comparativo dell’infezione SARS-CoV2 tra USA ed India.

I due autori misconosciuti sono Ayesha Sohail ed Alessandro Nutini che faticosamente, ma con la soddisfazione nel cuore, hanno composto l’articolo: Sohail A, Nutini A. “Forecasting the timeframe of 2019-nCoV and human cells interaction with reverse engineering”, Prog Biophys Mol Biol 2020;155:29–35. Forse i due nemmeno saranno ricordati per ciò che hanno fatto e, con molta probabilità, la dottoressa Sohail continuerà a far lezione di Matematica Applicata nella sua università in Pakistan ed il dottor Nutini continuerà a fare tre lavori per vivere decentemente. Ma poco importa.

Quello che conta, in verità, è quello che tutto ciò lascia nel cuore: la “gloria”, quella vera, non sta in una “borsa di finanziamento” od in una “medaglia”, ma in quello che si è riusciti a fare nonostante tutto e, spesso, nonostante tutti ! E soprattutto di aver scoperto qualcosa di utile… 

 

 

 

mercoledì 12 agosto 2020

Universo e stupidità umana al tempo del coronavirus

 

Un’ormai famosa frase attribuita ad Albert Einstein recita: “due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma non sono sicuro dell’universo”. Lo scienziato era evidentemente disilluso dalla capacità umana di utilizzare il proprio raziocinio verso il bene comune e, in un certo senso, il suo dubbio rimane tutt’oggi valido.

L’epidemia, anzi, la pandemia scatenata da questo nuovo coronavirus (SARS-CoV2) sta mettendo a dura prova il mondo intero e l’intelletto di molti che cercano di capire i meccanismi di infezione e, conseguentemente, di ben identificare il problema per cercare di porre rimedio e di utilizzare terapie opportune. L’Italia ha sofferto enormemente  questa pandemia, tanto che il sistema sanitario nazionale ne è uscito a pezzi così come il sistema nervoso dei suoi operatori che, di tanto in tanto, si lanciano in comprensibili sfoghi e dichiarazioni.

Ma, in tutta questa difficile situazione, una cosa è rimasta costante: l’imbecillità.

È di stamani la notizia che una ragazza, reduce da una vacanza a Mykonos, decide spontaneamente di farsi un tampone diagnostico per sapere se è infetta da SARS-CoV2; decisione che credo giusta e corretta dato che in determinati luoghi vi sono ancora focolai infettivi. Resta il dilemma del perché, in questo momento particolare, si voglia per forza andare in vacanza rischiando l’infezione, ma si sa: la superficialità spesso tocca limiti sconvolgenti. Il problema è stato creato dal fatto che questa ragazza non ha aspettato i risultati del tampone (peraltro positivo al SARS-CoV2), ma si è recata tranquillamente a ballare in un locale in Versilia, realizzando un allarme epidemiologico con possibile creazione di un nuovo focolaio di infezione.

È qui che, anche io come il buon Albert, mi rendo conto della mia sicurezza sull’infinità dell’universo.

La malcapitata è stata subito posta in quarantena (ovviamente) e tracciati i contatti che, come possiamo intuire, sono costituiti da svariate persone che gravitavano nel locale; caos nel caos perché il tracciamento rimane complicato ed incerto.Poi sono iniziati i vari “balletti da social network” con il locale che inizialmente smentiva e minacciava denunce per “epidemia colposa” (reato punibile addirittura con reclusione da uno a cinque anni) salvo poi confermare tutto scrivendo che, forse giustamente, non si poteva basare su notizie prese dai social network o da messaggi chat. Infine, sempre i gestori dello stesso locale, scrivono della loro organizzazione nella sanificazione e prevenzione in linea con le normative vigenti (e suppongo sicuramente ineccepibile). Il problema, ahimé, non sta solo nelle misure di sicurezza prese (igienizzante ed altro) ma anche (e forse in questo momento soprattutto) nel distanziamento sociale e nell’uso di mascherine quando si è in situazioni dove l’assembramento di persone appare inevitabile ed una discoteca piena di giovani che vogliono divertirsi è il perfetto esempio di questo.

Un articolo, sempre nella stessa pagine del quotidiano, denuncia che in quel locale, in verità, non vi erano precauzioni in materia di distanziamento ed utilizzo delle mascherine e l’articolo inizia in questo modo: “Nessuna mascherina, né distanze. Siamo stati tutti incoscienti” ed a parlare è un ragazzo che ha partecipato alla serata danzante assieme alla ragazza infettata; poi lo stesso continua: “sarei dovuto partire per la Sardegna, per le vacanze e per un evento a cui ho lavorato, ma resterò a casa per proteggere me e gli altri” raffigurando, in questo modo, una sorta di sacrificio teso alla salvaguardia della società.

Purtroppo, per quanto mi riguarda, così non è: siete stati solo degli incoscienti (come giustamente lo stesso scrive) ed il minimo che si possa fare adesso è starsene buoni in casa evitando di fare ulteriori “danni” così come credo che i controlli debbano esser un po' più stringenti perché, al momento, non siamo capaci di autogestirci prendendo la famosa “via di mezzo”. Qui non si tratta di “reprimere la libertà” nel dover andare a ballare o far movida: lo si può fare in modo diverso e con maggior coscienza, evitando di far star male il prossimo perché se manca pure il senso del bene comune, ha ragione il coronavirus ad infettarci tutti. Possiamo dire che il governo dovrebbe vietare i viaggi in zone a rischio, che mancano direttive chiare, etc… ma quello che emerge qui è la nostra totale incapacità di ragionare e di renderci autonomi nel prendere decisioni fondamentali per la salute di tutti e non possiamo, in questo momento, fare a meno di fare un balzo in avanti, di dimostrarci tutti più consapevoli e accorti senza adottare la famosa tecnica dello “scarica-barile”.

È anche veramente stupido trovarsi nella situazione per cui occorre decidere tra la salute collettiva o “ripresa economica” lasciando intendere che i rischi di ammalarci devono esser messi per forza in conto, portando, in certi frangenti, il denaro davanti alla salute nella classifica delle priorità sociali. Questo è accaduto, con molta probabilità, perché il sistema capitalistico e consumistico ha da tempo fallito e noi tutti siamo spinti dentro una ruota che pian piano macina i molti a pro dei pochi.

Ostinarci in tal senso è condannare tutti noi ad un fallimento globale. Occorrono nuove misure, nuove direzioni, ma ciò che preoccupa è che non vi sono “intelligenze” preparate per indicare tale cambiamento, ma solo delle comparse che, spesso, nemmeno sanno quello che dicono e ciò che esprimono è solo per una manciata di voti in più o per consolidare quel potere economico e sociale che corrode l’animo di chi lo possiede, generando ignoranza ed avidità.

All’inizio del “lockdown” ero ottimista e mi ero detto che, forse, da quel momento potevamo cambiare, che la natura ci avesse insegnato le priorità da tener conto. Mi ero sbagliato. Peccato: riusciamo sempre a dare il meglio di noi stessi nell’emergenza più assoluta, quando tutto diventa pericoloso, poi, una volta passato quel periodo, ritorniamo al nostro maledetto atavico vizio della stupidità.